Confessioni di un atleta, quello che i velocisti non dicono

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Pavoni finale europei Atene 1982 100m - atletaQuante volte hai visto un atleta celebrare la sua vittoria? Hai visto il suo sorriso, la gioia, a volte la sorpresa. Ma hai mai pensato a cosa passa nella testa di quello stesso atleta i momenti prima di tagliare il traguardo? Il mio amico Nicola Giorgioni ci ha provato durante le Olimpiadi di Londra 2012, con un bel guest post sui maratoneti.
Stavolta, invece, mi piace dare la parola anche ai velocisti.

Ho avuto il piacere e l’onore di tradurre in inglese un racconto molto particolare che ho trovato su Facebook. L’autore è uno dei più grandi velocisti italiani di sempre, Pierfrancesco Pavoni. Per capire, è stato per ben 27 anni detentore del record italiano della staffetta 4×100 assieme a Pietro Mennea, Carlo Simionato e Stefano Tilli. Uno capace di correre in 10″22 i 100m e i 200m in 20″38.

Pavoni racconta quello che è accaduto quell’estate del 1982 ad Atene, finale Europea dei 100 metri maschili. Credo che quello che segue sia una bellissima testimonianza di cosa è lo sport, quello con la S maiuscola. E soprattutto, spiega cosa significa essere  non solo un atleta, ma un vero campione: testa, gambe, cuore, anima, dolori e gioie in un mix perfetto.
Mi sono personalmente emozionata a leggere tutto questo, spero che possa emozionare anche te.

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Atene fine estate 1982

… E presi il mio respiro, lo rallentai insieme a ciò che mi stava accanto… ai suoni… agli spettatori… ai miei avversari.

Mentre gli occhi fissavano senza guardare ove le corsie convergenti finivano la propria corsa, un film scorreva costantemente nella mia mente.

Un film fatto di immagini, di movimenti, di odori, di sensazioni e di rumori che sincroni ripercorrevo per creare il programma neuromotorio da innescare dopo lo sparo.

A 40 km orari, raggiunti dal tuo corpo usando i tuoi arti, non puoi e non devi pensare solo sentire, percepire e sopratutto svolgere un film già visto, ascoltato, respirato.

Mentre balzellavo sul posto per mantenere uno stato di allerta volontaria lo starter ci richiamò ai “nostri posti”…

A passi decisi e morbidi mi recai sul blocco, leggermente avanti, chinandomi e posando le mani a terra per far scorrere le gambe oblique indietro. Posai prima la sinistra sul blocco anteriore e poi la destra su quello posteriore e facendo una leggera pressione su entrambi, mentre con le mani indietreggiavo anche il busto, mi caricai come una molla sul blocco.

All’unisono tutti i miei pensieri fecero lo stesso. Tutti i miei dolori e le mie irrisolte sofferenze si compressero nella mia anima… in quella parte dell’anima dove bruciano i nostri dolori ed amori.

Come polvere da sparo le immagini di mio padre, di mia madre, del professore, di me stesso, ciascuna per il suo significato, si compressero nel petto.

Dondolando le spalle come in una danza leggera, con gli occhi puntati verso il tartan, buttai fuori lentamente l’ultimo respiro di aria calda mentre, in attesa del “pronti”, concentrai tutta l’ attenzione a scatenare tutti i miei pensieri solo dopo il colpo di pistola.

Il silenzio assoluto ci circondo’ e fu interrotto di li a poco dallo starter. “Pronti”… Lentamente salii e tutti i tendini e muscoli si allungarono in avanti e dopo che il bacino raggiunse il suo apice e le spalle in avanti erano nel perfetto equilibrio ,attesi immobile lo sparo…

Al millesimo 169, ovvero 4 centesimi più tardi di Frank (Emmelmann, ndr) in prima corsia, scivolai via dal blocco, già ultimo.

Guardai sempre a terra mentre con una sicura leggerezza i miei artigli spingevano il corpo in accelerazione mentre la mia mente ordinava di non esprimere tutta la forza e la mia anima tutta la rabbia.

Alle mie ali Cameron e Marian (Sharp and Woronin, ndr) mi superarono subito ed a 30 metri vedevo già le loro schiene.

Il film visto, sentito, odorato e respirato maniacalmente sino a pochi istanti prima era stato innescato e, mentre tutti si dimenavano convulsamente per arrivare al traguardo, la percezione del corretto movimento ciclico innescato era lì forte e decisa.

Il miei occhi vedevano si le schiene dei miei forti avversari ma la mia anima non se ne curava poiché il rimbalzo a terra ed il ritorno dei talloni sotto i glutei, in un vortice di spinte e recuperi perfettamente coordinati, nutriti da quanto bruciava nell’anima, stavano gia’ dando i propri frutti.

Le schiene non si allontanavano più. Si erano fermate e, a meno di 6 secondi dalla fine, il recupero era già in atto.

Meravigliato e conscio dell’efficienza motoria e della velocità che stavo raggiungendo, senza panico, abbassai leggermente la testa e le spalle impercettibilmente come a sporgermi verso avanti ed infilarmi nel buco tra gli avversari di fronte a me.

Come una fiera mi avventai sui di loro sicuro di averli in pugno con una dinamica di corsa impressionante: le spinte a terra erano quelle di un toro espresse con la leggerezza di una farfalla.

A meno di 1 secondo dalla fine li avevo raggiunti ed in 5 decimi avevo superati entrambi, di quasi mezza lunghezza, piombando come un felino sul traguardo con una inclinazione verso avanti mai piu’ vissuta nella mia carriera.

L’ultimo quadrato, distante dalla linea del traguardo 1 metro, mi diede la certezza di aver vinto la sfida con i due fuggitivi e, non avendo nessuno alla mia sinistra se non Frank in blu e molto distante anche se sulla mia stessa linea, non potei evitare di alzare le braccia ripetendo inconsciamente la stessa identica immagine di Pietro a Mosca 2 anni prima.

Dal silenzio assoluto di una realtà dilatata, mi risvegliai durante la fase di rallentamento anche per il rumore assordante della folla che gridava mentre uno sciame di fotografi ci rincorreva per immortalare il momento.

Girai gradualmente a sinistra e saltellando tornai dietro verso Frank pensando di aver vinto la sfida con i miei vicini di corsia ma non con lui, probabilmente.

In segno di saluto alzò le mani verso l’alto incontrando le mie, guardandomi con un sorriso sorpreso e con i suoi tristi occhi blu forse per una libertà ancora lontana o magari vissuta solo in quell’attimo di vita insieme a me sul filo di lana pochi istanti prima.

La vittoria andò a lui, ma ero felice comunque per aver quasi vinto, da juniores, la finale Europea dei 100 metri di Atene nel 1982. A 19 anni con un peso di 70 kg circa e con un vento contrario di circa 1 metro al secondo avevo corso in 10 netti con una partenza volontariamente lenta ed un recupero indimenticabile. Un altro metro e probabilmente avrei potuto anche vincere.

Fu comunque una vittoria perché la cosa che più mi rimase dentro, e tutt’oggi mi accompagna, è la sensazione di gioia profonda che ho vissuto solo dopo aver raggiunto un traguardo lottato con tutte le forze, le lacrime e le silenziose disperazioni che fisicamente e mentalmente ho incanalato nell’allenamento e nella gara come unici possibili tentativi di soluzione-superamento.

Ero il ragazzo più veloce del continente europeo, probabilmente del mondo in quel periodo, ed il mio premio, appena scoperto in una notte sul mare nero del Pireo illuminato da una luna argentata e dal sorriso immenso di mia madre, era un momento di piena pace dai miei tormenti.

Testo e foto sono © Pierfrancesco Pavoni

Se il dolore non passa / If your joint pain doesn’t stop

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joint pain hips Pinner painNe ho parlato anche l’anno scorso più volte: dopo 25 mesi a lottare con una pubalgia ormai cronica, e il dolore che non passa, mi sono fatta visitare anche qui in UK.
Tengo a precisare che in Italia sono stata vistata da fisiatri e fisioterapisti di grande competenza ed esperienza, che mi hanno reso questo dolore sordo più sopportabile. A dire il vero, per qualche mese era anche sparito del tutto! Ma visto che è tornato prepotente, ho capito che dovevo farmi vedere anche qui. E voglio raccontarvi cosa è successo.

In Inghilterra non funziona come in Italia: in Italia vai dal medico generico che ti prescrive una visita specialistica. E accendi un cero alla Madonna della Lista d’Attesa. A meno che tu ti rivolga a qualcuno che non fa parte del servizio sanitario nazionale.
Qui, il medico generico ti visita almeno due volte: hai dolore? Paracetamolo e Ibuprofene. Hai ancora dolore? Prendi altro Paracetamolo e Ibuprofene (insieme) nel frattempo che ti visiti uno specialista. E intanto il tuo fegato muore.

Le visite specialistiche sono completamente diverse: in Italia rischi di aspettare molti mesi, soprattutto se il problema non è di carattere urgente (non posso correre, ma cammino e lavoro, quindi non sono “urgente”). Qui il massimo dell’attesa è di 6 settimane. Sono stata classificata come “routine” ma non “non urgente”; il medico di base mi ha detto: “Il fatto che tu non possa correre deve essere una cosa devastante per te”.
Italia e UK hanno situazioni economiche molto differenti che giustificano molte cose delle loro cultura, filosofia dello sport incluso.

L’ospedale a Londra ha un odore completamente diverso rispetto all’Italia, ed è impossibile perdersi.
Il medico che mi ha visitato aveva la mia cartella sul computer, condivisa con il mio medico di base. Non mi ha fatto stendere né manipolato, come invece hanno fatto in Italia. Abbiamo solo parlato e gli ho detto dove, come e perché ho dolore. E mi ha mandato in radiologia a fare un rx del bacino per escludere calcificazioni ossee etc.
Ecco, mi sono sentita persa, sola: il medico – specialista in traumatologia sportiva – non mi ha “visitato”. Dov’è il sentimento di sicurezza e fiducia che il fisiatra mi ha dato mentre mi visitava e controllava che tutte le mie articolazioni funzionassero bene? E se mi fossi spiegata male con il medico e lui non avesse capito? E se lui avesse mal interpretato le mie parole?

Insomma, con l’ansia della mancanza di contatto fisico con lo specialista vado a prenotare l’rx al pube – perché pensavo che sarei dovuta tornare il giorno dopo. E invece ho atteso 8 minuti. Mi hanno fatto firmare, come in Italia, 10 mila liberatorie dove affermo che non sono incinta, poi mi fanno le lastre. Il radiologo mi ringrazia (!) per la pazienza (!) e mi rispedisce dallo specialista in ortopedia.
“E le lastre?” chiedo. Il radiologo spalanca gli occhi, come se gli avessi chiesto se a pranzo c’era arrosto di uomo per secondo.
“Le ho già mandate al dottore, via pc, come al solito.”
Come al solito.

Non ho nemmeno fatto in tempo a sedermi in sala d’attesa, che lo specialista mi chiama.
Sui 32″ del pc c’è un trionfo di ossa di pube di donna. Le mie. Sembra tutto apposto a livello osseo, ma bisogna investigare maggiormente sulla giuntura dell’anca destra.
Il medico attacca a parlare velocissimo, non capisco nulla. Gli chiedo di ripetere e di usare un linguaggio elementare, che non sono molto ferrata con l’inglese medico.
In pratica, a quanto ho capito, anche l’anca ha una specie di menisco. E c’è qualcosa che non va lì. É quindi necessario procedere a un’artrografia, ossia una risonanza magnetica con mezzo di contrasto.
“In pratica ti mettiamo un ago di 3 pollici nell’anca e vediamo cos’hai.” mi ha detto il medico. Incoraggiante, l’ago poteva comunque anche essere più lungo, no?
“E senta, dottore, ma potrò poi tornare a correre di nuovo?” gli chiedo.
“Questo non lo so”, mi ha detto lui placido. “Se non so cos’hai non te lo posso dire con certezza.”

Adesso sto aspettando la lettera dell’ NHS con la data di questo esame.
Non vi nascondo che sono preoccupata, perché anche la sola possibilità di non tornare a correre perché ho “trascurato” questo dolore mi sconforta e mi fa sentire un’idiota. Per stare tranquilla, continuo a ripetermi come un mantra che questo infortunio così lungo non è una punizione.
E non fate come me: se il dolore non passa, non aspettate che passi da solo. Perché se il dolore non passa significa che dovete fare qualcosa voi. Tipo prenotarvi una visita specialistica il più presto possibile.


It’s not the first time, unfortunately, I talk about this: I’ve been struggling with a cronical osteitis pubis for 25 months, nevertheless the joint pain didn’t stop. Then, exhausted, I decide to talk with a specialist here in the UK.
I want to specify that I’ve been treated by remarkable and professional physiatrists and physiotherapists in Italy who made my background joint pain more tolerable.
To be fair, it vanished at all for a couple of months! I thought I was done with it, but unexpectedly it struck back, meaning that I needed a British medical consult as well.
And I want to share with you what’s happening.

Things work differently in the UK than in Italy: in Italy you go to your GP who books a visit for you with a specialized doctor.  Then you automatically light up a candle to Mother Mary of the Waiting List. I’m talking about the Italian National Health Service of course.
Here the GP visits you at least twice. You got pain? Paracetamol and Ibuprofen. Still got pain? Ok, keep taking Paracetamol and Ibuprofen (in combo, of course) whilst you’re waiting for the specialized medical visit the GP booked for you. Meanwhile your liver dies.

Specialized medical visits are completely different here: in Italy you’re going to wait for it a lifetime, especially if your issues are not labelled as “urgent” (in Italy my situation is “not urgent”, since I can’t run but I’m able to work and walk properly – roughly).
In the UK you have to wait at maximum six weeks. I’ve been labelled as “routine”, but not “not urgent” like in Italy. The GP told me: “The fact you can’t run at all must be so devastating for you.”
Italy and UK have different economic situations and stuff which legitimize a lot of things related to their culture, sport philosophy included. May God save the Queen, I must tell you in my case.

Hospitals smell different here in London. The doctor who visited me is an Orthopaedic Surgeon specialized in sports traumas. He got my medical file (shared online with my GP) on his pc. The weird thing for me was that he didn’t touch me at all. On the contrary, in Italy the doctors always touched and visited me physically, double checking if all my joints and muscles were working properly, to saying that in a nutshell. The surgeon and I just talked about my joint pain; I told him where, how and why I feel pain, that’s it. He sent me into the radiology ward for a pelvis rx in order to exclude bone calcifications, hernias etc.

Here, I felt lost in that moment: the doctor didn’t visit me, according to my mental “medical schemes”. Where’s the feeling of certainty and faith the physiatrist gave me whilst physically visiting me? What if I didn’t explain my pain properly to the doctor or he didn’t see what I meant? What if he had misinterpreted my words?

Afterwards I went to book my pelvis rx at the radiology ward, feeling bad because of the anxiety of the physical contact lack with the doctor. I wrote “book” the rx because that’s the way the things work in Italy: you got visited, then you have to wait for another test. But I waited only 8 minutes to have my rx.
They made me sign a million of papers where I declare I was not pregnant – like they do in Italy as well. After having been scanned, the radiologist thanked me (!) for my patience (!) to having wait for my turn and sent me back to the Orthopaedic ward.
“And what about my rx? Where is it?” I ask the radiologist. She opens her eyes wide, as I was asking her if there will be human meat for dinner.
“I’ve already sent it to the doctor via online, as usual” she says.
As usual. OK, I recorded that in this country is usual sending stuff via online from ward to ward and went back to the Orthopaedic ward.

I didn’t even have time to sit down in the waiting room: the doc immediately called me.
On the 32″ screen of his monitor there was a woman’s pelvis bones triumph. Mine. Everything seems OK but we need to investigate on the right hip joint, where I got the joint pain. The doctor started talking very fast about it, I didn’t get anything. I kindly asked him to repeat it using a simple language, as my medical English is not so good.
In a nutshell, according to what I understood (there’s no medical report anywhere, I don’t know where and how to ask for it, if it’s possible to have it of course), even the hips have a sort of cartilage like the meniscus on the knees. And probably there’s something wrong there, on my right hip. Therefore I need to get an artrography, a contrast dye MRI.
“Basically, we put a 3″ needle inside your hip to better see what’s going on there,” the doctor says to me. Very encouraging, the needle could be longer after all, couldn’t it?
“And tell me, doctor, do you think I will run again?” I ask him.
“Oh, I don’t know, ” he placidly replies to me. “As long as I don’t find out what you got I can’t tell you”.

I’m now waiting for the NHS letter with the date of the next test – the MRI.
I can’t deny I’m a bit worried: there’s a chance I’m not going back to run ever again because I ignored this joint pain. I feel myself such an idiot.
I’m trying to stay cool and calm by repeating to myself like a mantra that this injury so long and painful is not a punishment.

And please, don’t do what I did: if you joint pain doesn’t stop, don’t wait for it ceasing by itself. If the pain doesn’t stop it means you must act, like booking a specialized medical visit as soon as possible.

5 ragioni per cui amo correre / 5 reasons why I love running

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5 reasons running - 5 ragioni per correreA dire il vero avrei almeno 50 o 100 buoni motivi per correre e farvi correre :)
In ogni caso, non posso tradire il mio magico numero 5, per cui eccovi le mie 5 ragioni per cui amo correre – e per cui dovreste iniziare anche voi!

1. Corro per essere “più”. Sì, correre mi rende qualsiasi cosa abbia un comparativo di maggioranza. Correre mi rende più forte, più agile, più veloce. In poche parole: (più) migliore.

2. Corro per pensare. Non importa se ascolto della musica o se corro in completo silenzio, correre mi connette con la mia parte più profonda. Posso pensare a un sacco di cose tutte insieme, oppure posso non pensare a nulla; posso esplorare le mie sensazioni come se avessi un altro senso, oppure semplicemente lasciare che la corsa mi porti avanti. Quando corri hai il controllo totale della mente, è un po’ come fare meditazione.

3. Corro per spingermi più avanti. Correre è un modo per sentirmi libera, ma anche un modo per sfidare i miei limiti. Io sono una tipa da sprint e brevi distanze, mi piace confrontarmi con l’amico cronometro e vedere quanti decimi riesco a limare ogni volta. E quando fallisco – la maggior parte delle volte! – è un punto da cui partire per continuare a migliorare, nei limiti delle mie possibilità.
Non si tratta di competizione: a volte può essere un po’ doloroso, ma è un modo per dire a me stessa: “Ok, può fare di più, sia sulla pista che nella vita”.
Spingermi ai limiti significa essere un’atleta migliore e una persona migliore.

4. Corro per stare bene. Che non è “essere in forma” tout court. Se volessi perdere peso andrei in piscina o a fare qualche allenamento massacrante con le diete in stile in ginocchio sui ceci. Correre è sentirsi sani, per me, perché anche se è uno sport d’impatto, il mio corpo sta bene quando corre. Ho ereditato da mio padre – anche lui corre, ovviamente! – delle belle gambe grosse e potenti. Sono nata così, non posso sciuparle. Corro per tenere le mie gambe forti e reattive come me le hanno date, anche se non incarnano proprio lo stereotipo della donna sottile che vediamo in TV.
Correre mi permette di avere un’ottima forza muscolare e tanto fiato, che significa molta più resistenza (fisica e mentale) alle fatiche di tutti i giorni.5. Corro per aiutare. Non sono un medico, non ho doti particolari che aiutano il prossimo a stare meglio. So solo scrivere e correre: uso la scrittura per intrattenere la gente, la seconda – a modo mio – per aiutare. Faccio quello che posso. Correre ti permette di raccogliere soldi per beneficenza, e tu – sì, tu, caro lettore che ti stai chiedendo se è il caso o meno di provare a correre, prima o poi – puoi aiutare altri runner guidando quelli ciechi. É un’esperienza che ti cambia la vita e di cui non vi pentirete. Visto che la Federazione Paralimpica per ipovedenti e ciechi esiste, ma il sito web non funziona, vi rimando al sito di Disabili in corsa, un progetto bellissimo fatto da volontari che ci mettono davvero tutto per aiutare gli altri.


After the Boston Marathon tragic events a lot of people are wondering why all those crazy runners are going to run the London Marathon, despite the terror and their relatives’ recommendations.

I have at least 50 or 100 good reasons to run and encourage you to run
. However, I can’t betray my magic number 5, so there you go:
 my 5 reasons why I love running – and why you should start running too!

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Photo credit laufix

La volta che ho parlato con Pietro Mennea

Pietro MenneaNon mi piace fare il coccodrillo o il becchino di Facebook, ma Pietro Mennea non era una persona normale, una persona qualunque. Velocista o meno, che ti piacesse correre o no, se sei italiano e non hai 12 anni sai più o meno chi è Pietro Mennea. Come dire David Gilmour per gli inglesi, diciamo. Anche stamattina, la mia richiesta di amicizia sull’account Facebook di Pietro Mennea è rimasta in attesa di risposta, sospesa. Così come ho rincorso Livio Berruti per dirgli due parole, così ho fatto anche con il grande Mennea. Ho provato a contattarlo in ogni modo, anche attraverso altre persone a lui più vicine, ma non era facile: lui è uno schivo, uno che a molti è antipatico, perché quello che dice – a ragione o a torto – non lo manda a dire per lettera. E così, un giorno, senza molta speranza, ho provato a mandargli un’email, un messaggio privato via Facebook.

Che gliene fregasse o meno, a Pietro Mennea, gli ho raccontato i cavoli miei: che sono una velocista lenta e leggerina, che il Maestrale della Sardegna mi porta sempre via in curva, sulla pista. Che volevo fare la sportiva di professione, ma ho le gambe corte, e così mi sono messa a studiare all’università. Che non ho mai abbandonato la corsa, perché correre è come respirare, e che forse dovevo fare la ginnasta. Che volevo guidare una ragazza cieca per dare un traguardo vero a questo istinto di correre sulla pista, anche con le gambe corte.
E poi l’ho ringraziato, perché lui era uno che mi ha fatto apprezzare ancora di più la fatica di allenarsi tutti i giorni, perché quel rigore e sacrificio che mi hanno insegnato al campo mi ha fatto diventare ciò che sono ora.

Ho fatto invio, e la mia vita è continuata normale. Ma Pietro Mennea mi ha risposto dopo qualche giorno. Si è brevemente scusato perché non ha accettato la mia amicizia, ma il massimo delle amicizie è di 5 mila, e non voleva togliere l’amicizia a nessuno. “Se qualcuno si toglie, poi ti vedo e ti aggiungo”, mi ha scritto.
Mi ha scritto che anche se non mi conosce, crede che probabilmente sarei stata una grande ginnasta, se lo avessi voluto davvero. Ma che comunque se la corsa ti chiama non puoi girarle le spalle e fare finta che non ti abbia chiamato.
Mi ha scritto che ho fatto bene a studiare, perché quando le gambe diventano dure, anche il più grande degli sportivi deve avere il cervello pronto e allenato.
Mi ha scritto che pensare agli altri anche quando si fa sport non è da tutti, e mi ha fatto l’in bocca al lupo per il mio progetto di guida.

Mi ha scritto con uno stile asciutto, molto concreto, queste 10/15 righe a cui non ho fatto in tempo nemmeno a rispondere, a raccontargli come sono andate le cose e i miei progetti.

Pietro Mennea, per me, era queste risposte che mi ha dato. E come ha detto un mio amico, se n’è andato come ha vissuto: velocemente.

Curare la fascite plantare senza farmaci / Treating plantar fasciitis with no medications

Curare fascite plantare - curing plantar fasciitisAl momento sembra proprio che sia riuscita a curare la mia doppia fascite plantare senza ricorrere ai farmaci. Come ho fatto a evitare antinfiammatori e gastro protettori? Seguendo una serie di piccoli accorgimenti. Parole chiave: ghiaccio, stretching e massaggi. Ma andiamo per ordine.

Cos’è la fascite plantare
Se siete arrivati qui perché avete googlato, sapete bene di cosa si stratta. Se iniziate ad avere mal di piedi feroce e persistente anche dopo diverse ore di riposo, soprattutto sui calcagni e in mezzo alla pianta del piede, probabilmente vi sta arrivando la fascite plantare, ossia un’infiammazione della pianta del piede, per dirla in parole povere. La fascite può essere causata da diversi fattori: overtraining, sbagliata postura nel correre, pessima scelta delle scarpe, obesità, corsa in terreni molto duri. Ecco. Passate 20/25 ore a fare chilometri su un terreno durissimo e andate in overtraining come me, e avrete anche voi la vostra fascite plantare a tutti e due i piedi.

Sintomi
Nel mio caso, la fascite plantare è iniziata con forti dolori alle piante dei piedi appena mi svegliavo e facevo i primi appoggi per terra. Poi passava, ma piano piano il dolore passava sempre più tardi, fino a quando, una settimana fa, il dolore è perdurato per più di 24 ore. Contraendo il piede e toccando la fascia plantare avevo molto molto dolore, e quindi ho capito che avevo la fascite, soprattutto al piede sinistro.

Rimedi
Visto che passo anche 8/9 ore di fila in piedi a camminare o correre, se avessi preso un antinfiammatorio/antidolorifico avrei probabilmente peggiorato il tutto, perché non avrei sentito il dolore aumentare. E ho quindi cercato delle soluzioni alternative, che elenco qui in ordine di apparizione.

  • Ghiaccio: allevia il dolore e aiuta a smorzare l’infiammazione. Ho messo in freezer una bottiglietta di acqua per poi passarla sotto le piante dei piedi avanti e indietro, facendola rotolare sul pavimento. All’effetto del ghiaccio associo così anche il massaggio che decontrae le fasce.
  • Massaggio: tenendo in leggera tensione la pianta del piede (basta flettere le dita verso di sè) massaggio con il pollice la fascia plantare, dall’alto verso il basso, per poi procedere dal tallone verso le dita, dall’esterno all’interno del piede. Alterno questi due massaggi per circa 5 minuti per piede, 3/4 volte al giorno. A volte mi “aiuto” nel massaggio con un velo di Voltaren pomata, ma è l’unico medicinale che ho preso.
  • Stretching: ovvero il braccio destro di ogni infortunio, una costante di tutto il giorno. La fascite spesso è data anche da un leggero accorciamento della fascia muscolare della pianta del piede, per cui allungarla diverse volte al giorno è cosa buona e giusta, a prescindere dall’esistenza dell’infiammazione. Per allungare la fascia plantare si possono fare gli stessi esercizi per allungare i muscoli dei polpacci. Oppure – come faccio ormai ogni mattina  prima di alzarmi – con un asciugamano teso allungo le dita dei piedi verso di me.
  • Kinesio taping: con una buona fasciatura fatta a regola d’arte – ho studiato, però, sappiatelo – ho alleviato la pressione sulla fascia plantare e sui tendini tibiali e peronei all’altezza dei malleoli. Un buon alleato per non ricorrere ai giorni di malattia.
  • Scarpe e solette: per attutire il dolore di questa fascite plantare, soprattutto quando devo stare in piedi per molto tempo, ormai uso le Vibram, che sostengono l’arco e danno la sensazione di camminare a piedi nudi. In alternativa vanno bene anche delle solette che (anch’esse) sostengono l’arco e tengono la fascia plantare in posizione rilassata e allungata.

Ovviamente, durante questi stati infiammatori è assolutamente vietato allenarsi. Lo specifico, che repetita iuvant.
Risultati? Beh, non posso dire di essere “fuori pericolo”, perché ho ancora un po’ di dolore, soprattutto al piede sinistro. Però con un po’ di costanza sono riuscita a declassare la mia situazione infiammatoria da insostenibile a tollerabile nel giro di una settimana. Se avete qualche altro segreto per combattere la fascite plantare senza usare medicine, fatemelo sapere!


It seems that I’m treating my double plantar fascitiis with no medications with a success. How did I do to avoid painkillers and gastric protectors so far? By following some little expedients. Key words are ice, stretching and massages. But let’s go step by step.

What is the plantar fascitiis
If you’ve landed here by googling it, unfortunately you know what I’m talking about. If you start having a terrible and persistent (even after some hours of rest) foot pain, mainly on the heel and along the sole, you are probably catching a plantar fasciitis, an inflammation of the foot sole muscles, poorly speaking. Plantar fasciitis could have been caused by a number of elements: overtraining, wrong running postures, wrong trainers choice, obesity, running on very strong surfaces.
That’s it: if you spend 20/25 hours in a row by running and walking on incredibly tough surfaces and be overtraining like me, and you could also collect your shining (and painful) plantar fasciitis on both feet, just like me.

Symptoms
In my case, the plantar fasciitis begun with a pain on both feet soles as soon as I woke up in the morning and took the first steps on the ground. Then the pain faded, but it begun fading later and later during the days until it lasted for more than 24 hours. That was about 7 days ago. I felt a very violent pain whilst contracting my feet muscles and touching the plantar bands, therefore I realised it was about a plantar fasciitis, especially on my left foot.

Remedies
Since I spend even  8/9 hours in a row by running or walking, if I had taken a painkiller or an anti inflammatory (which most of the times have also a painkiller action) I couldn’t have felt the pain increasing and consequently I would have made everything worse than ever. So I found alternative cures and remedies I listed below.

  • Ice: alleviates the pain and helps to attenuate the inflammation. I put a bottle of water into the freezer and then I used it like a massage tool by rolling it up and down under my feet soles. This way I combine the ice and the massage effects which relax the plantar bands.
  • Massage: by holding in a slightly tension the foot sole (you can just flex you foot toes towards yourself) massage the plantar band with the thumb from the top of the fingers to the heel, then massaging from right to left horizontally, proceeding from the bottom of the heel to the upper forefoot. I alternate those two massages every 5 minutes,  3/4 times per day. Sometimes a veil of Voltarol gel helps me out, but it’s the only medication I’m taking.
  • Stretching:  the right-hand man against every injury, a permanent feature of my all day. Plantar fasciitis is often caused also by a muscle shortening of the foot band, therefore stretching it as a daily routine is a good way to avoid any kind of inflammations. To stretch it you can do calves stretching workout. Moreover – like I usually do every morning before getting out of my bed – stretching the feet toes towards me by using a towel.
  • Kinesio taping: a good taping could alleviate the pressure on the sole bands as well as tibial and peroneal tendons malleolus-deep. A very useful trick to avoid asking sick leave at work. Attention: I’ve studied some books before using kinesio tapes.
  • Shoes and insoles: I’m using Vibram shoes when I have to stand up for a lot of time, in order to cushion the pain. Vibram shoes well support the foot arch and make you feel walking barefoot. In alternative there are a lot of specific insoles which support the arch as well and hold the plantar bands in a relaxed position.

Of course it’s forbidden to train themselves if you are in pain. Better safe than sorry and repet it more and more times. What about the results of my remedies? I can’t state so far that I’m totally “out of danger” because I’m still feeling a bit of pain, especially on my left foot. With a hint of perseverance I could downgrade my inflammation from an unbearable level to a better tolerable level within a week.
If you have any other tips to cure plantar fasciitis with no medication please let me know!

Photo credit: Dolore del Tallone