I dolori del giovane atleta olimpico

Chi pratica sport sa che infortuni e traumi facciano parte del gioco. Un atleta olimpico lo sa più di tutti gli altri.

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Questi dolori, molto spesso, non traspaiono durante la gara, anche se influenzano la prestazione sportiva dell’atleta.

É ormai risaputo che convivere con il dolore (fisico, in questo caso) sia una questione mentale.

Uno degli aspetti che gli esperti stanno cercando di studiare è come cambia la percezione del dolore, nel caso in cui l’infortunio avvenga durante la gara o meno.

Infatti, la concentrazione mentale dell’atleta durante la prestazione sportiva può far si che la tolleranza al dolore durante un match sia più alta rispetto alle normali giornate di allenamento.

Non dovremmo, quindi, stupirci se un atleta – e in particolare un atleta olimpico – si infortuni durante una gara, ma trovi la forza mentale per proseguirla fino al termine.

Indimenticabile, a questo proposito, la storia di Kerry Strug, ginnasta statunitense che, durante le Olimpiadi di Atlanta 1996, portò la sua squadra a vincere la medaglia d’oro nel volteggio, dopo essersi lesionata i legamenti della caviglia nel salto precedente.

“In un primo momento, non mi ero resa conto della gravità del mio infortunio. Solo successivamente ho capito che il suono che avevo sentito erano i legamenti che si erano lesionati”

Queste le parole della Strug dopo la sua prova.

Uno studio dell’Università di Heidelberg (Germania) ha rilevato come gli atleti abbiano una più alta soglia di tolleranza al dolore: le storie di molti atleti ne sono un perfetto corollario.

In queste Olimpiadi di Rio 2016, un atleta olimpico in particolare si è distinto in questo doloroso (e commovente) aspetto dell’avventura a cinque cerchi. Il velista francese Bouvet è stato accompagnato alla sua imbarcazione in sedia rotelle. Non riuscendo a camminare a causa di un terribile attacco di sciatalgia, ha comunque deciso di onorare la gara in ogni caso, costasse quello che costasse.

Photo Credits: Club of Athlete

The Olympics downunder, a Kiwi ex-pat perspective

I asked a fellow Kiwi writer and best-seller author, Grant Leisham, to leave his perspective of this Rio 2016 Olympics, as a Kiwi ex-pat living abroad.

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You know I have a soft sport for the New Zealand. I simply love this country. If you know that, you may also know that I have a lot of kiwi friends.

I asked one of them, best-seller author Grant Leisham, to tell me about how he lives the Olympic as a Kiwi ex-pat living in Thailand, a country that’s not really into the Olympics. Something that’s unusual for a Kiwi. Grant is an excellent writer, so you’re going to enjoy his story. Here it is!

Well, the Rio 2016, Summer Olympics are happening and I’m truly into the spirit of it all.

For as long as I can remember, I’ve been an absolutely committed Olympiophile (Don’t you just love it when I invent new words). I’ve loved the Olympics for years, ever since I fondly remember watching coverage of our New Zealand Rowing Eight winning Gold at Munich in 1972.

Prior to that and television coverage, we pretty had to make do with live radio broadcasts, which were exciting enough in their own right, but couldn’t convey the action in quite the same way as the new medium (for us anyway), television could.

Remembering the Olympics in New Zealand

I well recall watching those proud, young men in Black, the epitome of Kiwi manhood and staunchness, standing atop the podium, the New Zealand flag fluttering on the pole and the tears pouring down their cheeks. It was at that point I think I fully grasped the enormity of what the New Zealand Rowing Eight had achieved that day.

You see, Kiwi men in the 1970’s simply didn’t cry and certainly not on worldwide television. For that to have happened, my thirteen-year-old mind suddenly realised I must have been watching something very special unfold, that day.

I’ve religiously followed every Olympics since, winter games included and seen my fair share of joys, triumphs, disappointments and failures, but I doubt I’ve ever felt the immense surge of pride those victorious rowers gave an impressionable, young adolescent in 1972.

Watching the Olympics as a Kiwi ex-pat in Thailand

So onto Rio 2016 and funnily enough, as a Kiwi, albeit an expatriate Kiwi these days, it is the rowers again who will dominate the hopes and dreams of Olympic glory among fanatical, New Zealand Olympic fans.

The resurgence in New Zealand rowing has been phenomenal over the past ten years. We are back to and passing the glory days of rowing in New Zealand, the 70’s & the 80’s. New Zealander’s will look hopefully toward the waters of Rio for more Olympic glory this time around – and with good reason.

Domiciled now, in a country that has no real Olympic tradition, who’s Olympic team is probably no bigger than ten athletes and who’s free-to-air television coverage of the Olympics, is limited, to say the least, I will struggle to follow these games, as I did to follow the London Games in 2012 and Sochi in 2014.

Still, thank God for the internet! For us true Olympiophile’s there is always a way to get your fix and I will be getting mine every day for the next two weeks. Roll on the rowing finals and roll on Kiwi Gold! 

Le Olimpiadi da emigrato neozelandese

Ho chiesto a un collega autore, Grant Leisham, di raccontarmi le sue Olimpiadi da emigrato neozelandese in Thailandia. E mi ha detto un po’ anche di quando era giovane, nella terra dei kiwi…

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Sapete che ho una passione per la Nuova Zelanda. E quindi saprete anche che ho molti amici Kiwi. Ho chiesto a uno di loro, Grant Leisham, che scrive libri come me e ha un blog e che come me vive da emigrato neozelandese in una terra diversa dalla sua, di raccontarmi come sta vivendo queste Olimpiadi di Rio.

Parlando parlando, mi ha raccontato anche di come era seguire i Giochi in Nuova Zelanda quando lui era giovincello. Ovviamente, da bravo scrittore ne è uscito un bellissimo spaccato della sua vita. Ho provato a tradurlo qui di seguito. Buona lettura!


Queste Olimpiadi estive di Rio 2016 sono nel loro vivo, e mi stanno coinvolgendo parecchio. 

Da quando ho dei ricordi della mia vita, sono sempre stato un convintissimo Olimpiofilo. Vi piace quando mi metto a inventare le parole, eh?
Ho amato le Olimpiadi da praticamente sempre, e ricordo con affetto quando guardai in diretta il canottaggio e l’imbarcazione a otto della Nuova Zelanda vincere l’oro a Monaco 1972.

Prima dei Giochi di Monaco, la televisione non garantiva una copertura mediatica sufficiente. Dovevamo quindi arrangiarci con la radio, che trasmetteva la cronaca delle competizioni. Per noi era già abbastanza entusiasmante di per se, figuratevi che cosa sono state le Olimpiadi, poi, quando nel ’72 è arrivata la televisione, con le immagini e tutto il resto. 

Ricordando le Olimpiadi dalla Nuova Zelanda.

Mi ricordo molto bene la volta che ho visto alla TV questi giovanotti tuttineri, l’epitome Kiwi di virilità e fermezza. Erano otto, in piedi in cima al podio, la bandiera della Nuova Zelanda che sventolava sul palo più alto, e le lacrime a dirotto scendere sulle loro guance. È stato in quel momento che credo di aver completamente afferrato l’enormità di ciò che la squadra di canottaggio della Nuova Zelanda aveva raggiunto quel giorno.

Dovete sapere che gli uomini Kiwi nel 1970 semplicemente non piangevano. Non piangevano mai, e certamente non lo facevano alla TV, in diretta in mondovisione. La mia mente da tredicenne, nel vedere tutto questo, si è resa conto di stare assistendo a qualcosa di molto, molto speciale.

Ho religiosamente seguito ogni edizione delle Olimpiadi da quel preciso momento. Che fossero Olimpiadi invernali o estive poco importava: grazie alle Olimpiadi ho avuto (e ho) la mia giusta quota di gioie, trionfi, delusioni e fallimenti. E nonostante passino gli anni e le edizioni olimpiche si susseguano, dubito di aver mai provato l’immensa ondata di orgoglio che quei vogatori vittoriosi hanno trasmesso a quel giovane e impressionabile ragazzino che ero io nel 1972 .

I Giochi Olimpici visti da un emigrato neozelandese in Thailandia

E così dicendo (e guardando), sono arrivato all’edizione di Rio 2016. E stranamente, da Kiwi, sia pure stavolta da emigrato neozelandese, i vogatori del canottaggio dominano di nuovo le speranze e i sogni di gloria olimpica tra i fanatici e gli appassionati neozelandesi di Olimpiadi.

La rinascita del canottaggio in Nuova Zelanda è stata fenomenale negli ultimi dieci anni. Siamo di nuovo tornati ai fasti e ai giorni di gloria del canottaggio neozelandese degli anni ’70 e ’80. I kiwi di entrambe le isole, ma anche emigrati neozelandesi come me, vedono le acque di Rio come un nuovo bacino per nuove glorie olimpiche.

Adesso mi trovo domiciliato, da emigrato neozelandese, in una nazione che non ha una vera tradizione olimpica. Infatti, la squadra olimpica thailandese è probabilmente non più grande di dieci atleti. Di conseguenza, la copertura olimpica televisiva  è limitata, per usare un eufemismo. Faccio davvero fatica a seguire questi Giochi, così come ho fatto per i Giochi di Londra nel 2012 e quelli invernali di Sochi nel 2014.

Eppure, grazie a Dio esiste internet! Noi veri Olimpiofili troviamo sempre un modo per guardare i Giochi, e tifare per i miei connazionali Kiwi d’oro!

Photo credit: stuff.co.nz

When your first marathon is an Olympic marathon: Catherine Bertone

This is Catherine Bertone’s story about her first, wonderful marathon at age 44. It’s the Rio 2016 Olympic marathon.

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Catherine Bertone is a 44 year-old runner from Italy. Amongst all the runners who have run the Olympic marathon at Rio 2016, she stands out because running is not her full-time job. In fact, Catherine is a pediatrician by day, and a long-distance runner by night. She runs because she just enjoys doing it, nothing else.

The fun fact about her is that the Olympic marathon at Rio 2016 has been her very first race as a ‘pro’ runner.

Her story is such an inspiring one. She earned the qualification at the Olympic games last April, when she’d run the Rotterdam marathon in 2 hours and 30 minutes, and arriving 4th. What an achievement for a casual runner, arriving before pro runners who do this as a full-time job!

The Italian athletics long-distance team didn’t lose a minute and asked her to join the team and go to Rio with them to run the Olympic marathon and represent Italy. She of course accepted the invitation, and there she was, at age 44, running in Brazil the marathon every long distance runner dreams of running!

“Running in a race remains essentially a fun thing to do for me. When I come home exhausted after a working day, I just need to put on my shoes and I feel like my legs get light again. Running is the only moment of my day that’s all mine. During that 90 minutes of running I keep the whole world out of my world. I also avoid to bring my mobile with me, unless I need to be available. When I have to train at 6am, because otherwise I wouldn’t have time for running during the day, I often wake up one hour before the alarm clock rings, because I’m afraid of not getting up on time for my training! A part from the relationships with the people I love, running it is what makes me feel better and excites me the most.”

There’s anything better that Catherine’s words to describe her dedication and passion. Catherine has completed the Olympic marathon and arrived 25th. When she crossed the finish line, she leaped and danced as if she won a medal!

Catherine Bertone’s story reflects the true Olympic spirit, because if you have a dream it doesn’t matter if that dream becomes your profession or not. The most important thing is living it.

Photo Credit: 2.bp

La maratona d’esordio di Catherine Bertone è quella olimpica

Questa è la storia di Catherine Bertone, alla sua prima, bellissima gara d’esordio. La maratona olimpica di Rio2016, a 44 anni.

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Catherine Bertone, valdostana, ha 44 anni, fa il medico pediatra e ha la passione per la maratona.

Segni particolari: è una podista amatoriale, cioè non professionista. Corre per divertimento, insomma!

La sua gara d’esordio in una grande maratona è stata…la maratona olimpica!

Infatti, si è conquistata la qualificazione ai giochi olimpici nello scorso mese di aprile, arrivando quarta nella maratona di Rotterdam, con il tempo di 2 h 30 min.

“Per me la corsa rimane essenzialmente divertimento: se arrivo esausta dopo una giornata di lavoro, basta mettermi le scarpette e mi sembra subito di avere le gambe più leggereCorrere è l’unico momento che dedico tutto a me stessa: per quell’ora e mezza evito addirittura di portarmi dietro il cellulare, a meno che non debba essere reperibile. Tanto è talmente vecchio che non farebbe gola a nessun ladroQuando non ho altro momento per allenarmi se non alle 6 del mattino, spesso apro gli occhi già un’ora prima per paura di non sentire la sveglia e saltare quell’appuntamento. A parte i rapporti con le persone cui voglio bene, correre è ciò che mi fa stare meglio e mi emoziona di più”.

Niente descrive meglio di queste parole, le sue, lo spirito della pediatra valdostana, che è arrivata 25esima nella maratona olimpica di Rio 2016, pochi giorni fa.

Al suo arrivo, ha esultato come se avesse vinto una medaglia.

La storia di Catherine Bertone rappresenta il vero spirito olimpico, cioè quello di chi ha un sogno e non pretende che diventi una professione.

Photo Credit: Guerin Sportivo blog