Brain drain, don’t blame who left Italy

If you’re wondering why the so-called ‘brain drain’ is trending in Italy, here’s a tragicomic explanation. #truestory
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I’ve been accused sometimes of belonging to the group of young Italian cowards who have left Italy to find an easy way-out abroad. I’d skip all the fluff about the fact that moving from Italy to another country is not easy, and finding a good life-work balance and setting yourself up – as my grandma used to say – is far from being a child play.  I want to tell you a story about an email I received this morning. That’s the paradigmatic example why Italy “deserves” the massive  brain drain happening in my native country.

Prologue

A friend of mine, S., got her MD in a scientific discipline with top grades. She got her degree in a quite renowned Italian university which I call university of Tursenia for privacy reasons.
Since she couldn’t find a job that matched with her professional skills, she joined the brain drain club and asked for a PhD abroad.  She needed then a recommendation letter from her mentor at the university of Tursenia – the professor who led her research during her studies. After the waiting and the several follow ups she did to have her recommendation letter, this is what she eventually got from him:

tragicomic recommendation letter horrible english

I’ve deleted all the sensible bits of the email for obvious reasons, but it still looks pretty clear, isn’t it?
I know this professor is not a native English speaker, but what he wrote not only is it poor in grammar and syntax, but also lacks in terms of content – the letter is so generic that could be applied to somebody after a position in a bank, or as a fruit picker in a farm, or for being the Apple Inc’s CTO.  I don’t see anything specific who can make S. stand out as a professional in her technical area and therefore be chosen for a PhD.  The most serious thing, though, is on the second line of the email; the professor quotes our friend S. by calling her “Laura”. WTF?

My deductions

You don’t need to be Sherlock to come to inevitable conclusions. What I deducted out of this email about S.’s team leader at the uni is:

  • He didn’t bother less on writing a decent recommendation letter for S.
  • He’d probably copied and pasted it from Laura’s recommendation letter (or he didn’t know who the hell S. is and confused her with a certain Laura)
  • He has no grasp of English, however the uni wants all the student to have a C1 level of English (which is fair, to me)
  • Not only did he not read his email before sending it, but he didn’t have the humble of asking someone to have a look at it for him, for editing/proofreading
  • He can’t care less about people abroad making (bad) ideas about him and the whole department and university he’s representing in that email.

My questions about this email

  • How many chances has my friend S., given that her CV is equal to her contenders, to be picked by presenting this recommendation letter?
  • If the eyes are the mirror to the soul, is this email the mirror to the Italian education system?
  • Can people like me, who have sacrificed many things and bet everything on our adventure abroad, be guilty of having left Italy to build a successful career and a serene life in another country?
  • Can I show this email to my mother the next time she asks me if one day my husband and I will come back home to live in prosperity in her neighbourhood?

I’m waiting for your suggestions.

Far be it from me to make generalisations about Italian universities: my sister currently works for the Perugia University and cooperates with high skilled professionals, so she can’t complain at all.
Anyway, the next time somebody called me as a traitor (LOL) and I want to reply back (not that I’m normally up to that, I really don’t care), I’ll have this email to play as a jolly.

To my friend S., who’s probably reading this: luckily this email is not the only thing you’ve got in your brilliant skill set. Use this letter as a motivational; this is why you’ve chosen to go abroad for your PhD rather than staying in Italy and dealing with people like the author of your recommendation email.

Fuga di cervelli: non biasimate chi va via dall’Italia

Se vi state chiedendo perché la cosiddetta ‘fuga di cervelli’ va tanto di moda tra i giovani Italiani, qui sotto troverete una tragicomica spiegazione.
fuga di cervelli, samantha cristoforetti meme

A volte sono stata accusata di far parte di quella frangia di giovani codardi che è emigrata per trovare una facile sistemazione all’estero. Saltando tutta la prosopopea del fatto che trasferirsi in un’altra nazione non è mica facile, e che non è matematico che ci si trovi bene e che ci si “sistemi”, come diceva mia nonna, stamattina è arrivata sul mio desktop un’email che è il paradigma per cui il sistema italiano si “merita” quell’emorragia di fuga di cervelli che sta accadendo ultimamente.

Prologo

Una ragazza che conosco, che chiameremo S., si è laureata a pieni voti in una disciplina scientifica presso un’università italiana, che chiameremo università di Tursenia. S., non trovando un lavoro consono alla sua laurea e non avendo sbocchi accademici in patria, si è unita alla fuga di cervelli. Dato che ha un ottimo aggancio all’estero, S. ha deciso di candidarsi per un dottorato furi dall’Italia, e ha quindi chiesto una lettera di referenza al suo docente di riferimento dell’università di Tursenia. Tralasciando i solleciti e tempi biblici, questo è quello che ha infine ottenuto:

lettera di raccomandazione in inglese, fuga di cervelli, inglese vergognoso

Ho ovviamente cancellato le parti sensibili dell’email. Per chi non mastica l’inglese, in questa email ci sono moltissimi errori di grammatica e sintassi, i concetti sono molto generici (pensate di applicare questa lettera a una candidata per un potenziale posto in banca, o per raccogliere kiwi in Nuova Zelanda, o lavare vetri in un grattacielo, o essere il capo dei designer della Apple) e non vedo nulla di particolare o degno tecnicamente di nota che possa convincere un altro collega docente a scegliere proprio S. per un dottorato. Ma la cosa più grave è il fatto che nella seconda riga dell’email, il professore citi la nostra amica S. chiamandola Laura.

Cosa ne ho dedotto io?

Da questa breve lettera di raccomandazione, posso dedurre che il professore che ha seguito la nostra amica S. durante la sua tesi di laurea:

  • Non si sia minimamente sforzato a scrivere una raccomandazione degna di questo nome;
  • Abbia fatto probabilmente un mero copia incolla da un’altra email in cui raccomandava una certa Laura (oppure non sa chi diavolo sia S.);
  • Non abbia una decente conoscenza della lingua inglese che viene pretesa (e giustamente, almeno a livello C1) agli studenti;
  • Non solo non abbia riletto l’email prima di spedirla, ma non abbia nemmeno avuto l’umiltà o la grazie di chiedere a qualcuno di rileggere/correggere ciò che ha scritto;
  • Non gliene frega nulla di sapere che all’estero qualcuno si farà di lui (e di conseguenza di tutto l’ateneo) un’idea poco positiva.

Le domande che mi sono posta

  • Quante possibilità ha la nostra S., al pari di tutto il resto, di essere ammessa a un dottorato all’estero con questa penosa lettera di raccomandazione?
  • Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, questa email è lo specchio del nostro sistema scolastico?
  • Le persone come me, che hanno sacrificato molte cose e hanno giocato la scommessa di una vita all’estero, possono pentirsi di essersi create una bella carriera e una vita serena oltralpe? Non che qui sia tutto rose e fiori, s’intende.
  • Posso mostrare quest’email a mia madre la prossima volta che mi chiederà, sempre meno convinta, se c’è qualche possibilità che io e mio marito ritorniamo a vivere in Italia, vicino alla famiglia e agli affetti? (non che qui non abbiamo, di affetti, eh)

Attendo risposte.

Lungi da me fare generalizzazioni sull’università italiana: mia sorella al momento lavora presso il polo di Perugia e si trova molto bene, collaborando con persone molto preparate.
In ogni caso, la prossima volta che mi additano come traditrice della patria (LOL), e ho la rarissima voglia di rispondere in maniera attiva (perché in genere queste cose mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro), ho il jolly email di S.

Ah, mia cara S., so che leggi questo blog, quindi per chiudere ti dico solo una cosa: per fortuna questa email non è l’unica cosa che hai nel tuo arsenale, anzi. Usa questa lettera per dire al tuo nuovo potenziale docente che questa è una lettera di motivazione, che spiega perché hai optato per un dottorato all’estero e non in Italia.

Why poison a fox? / Perché avvelenare una volpe?

Scrolla in basso per la versione in italiano
A sad story of poisoned fox puppies and human cowardice

puppy fox poisoned, why poison a foxYesterday I was going to work when I stumble upon a fox puppy lying on the ground. It was clearly dead, its paws stretched, its face pained. I stopped and grabbed a long cane. Yes, I’ve been rude but I turned it over to see if it had some signs of violence, but it was clean. After some minutes of brainstorming with other people gathered around that poor puppy, we supposed it had been poisoned.

London is full of urban foxes. I quickly get used to see them here in London at sunsets/nights, crossing the streets or running away from humans with some rats or pigeons well hooked between their jaws. Although they can be painful to deal with, I still don’t understand the urgency: why poison a fox to get rid of it?

I felt so sorry and angry for that puppy. It must have suffered quite a lot before passing away. Some of the people around me, however, could not blame the fox assassin.
“They often bury their preys in our gardens – a man said – and they sometimes kill our pets because they are too hungry.”
“Poisoning animals is the fastest way to clear our territory for nasty guests,” another woman stated, shrugging.
“I think you should feel ashamed for what you’ve just said,” I replied to them. I tried to be as much polite as possible.

I believe there are different ways to remove unwanted animals from our neighbourhood.
I’m not completely against the presence of foxes in my area:
– They are rabid free, as every animal in the UK.
– They keep control of the number of mice and pigeons, so we don’t have to use rats poison in our home, as we don’t have any rats invasion so far (touching wood).
– They have never hurt anyone (and are pretty scare of people). The news of foxes killing babies are spotlighted by newspapers just because they are unusual.

Even if I was completely terrified by foxes, I would still keep thinking that poisoning them (and poisoning dogs, cats and animals in general) is such a coward act. Moreover, the poison could affect other innocent animals – or worse case scenarios, children.
What happens if the poisoner’s dog or cat could taste that poisoned treat?
Would this dastard be so happy about that? Why people don’t think about the closest consequences of their own brilliant acts?

Men have different solutions to not kill a fox, the most logical one is to call someone able to grab and relocate them somewhere else, if they are really a threaten for humans.

PS: it’s not the first time that I stand out against mens’ animal poisoning habits. The last mystery short story on my Cutting Right to the Chase Vol.1 talks about a man who poisons pigeons for some reason. Chase brilliantly solves the case. I wish Chase was in my neighbourhood yesterday.


Una triste storia di cuccioli di volpe avvelenati e codardia umana

Ieri sono uscita per andare al lavoro, di mattina presto, e mi sono imbattuta in un cucciolo di volpe riverso sul marciapiede. Era morto, poverino: le zampe erano allungate lontane dal corpo, il suo muso sembrava sofferente. Mi sono fermata e ho preso un bastone lungo. Correndo il rischio di sembrare un’insensibile, l’ho rigirato per vedere se avesse segni di violenza. Dopo qualche minuto di discussione con qualche passante, ne abbiamo dedotto che il povero cucciolo era stato avvelenato.

Londra è piena di quelle che chiamano “volpi urbane”. Mi sono presto abituata a vederle in giro qui a Londra al tramonto o di notte. Le vedo attraversare la strada o correre via con qualche topo o piccione tra le fauci. Per quanto per i londinesi possa essere complicato, talvolta, convivere con le volpi urbane, ancora non capisco l’urgenza di usare del veleno per sbarazzarsi di loro.

Mi sono sentita davvero molto triste e arrabbiata per quel cucciolo. Chissà come ha sofferto prima di morire, poverino. Qualche persona intorno a me, però, non biasimava l’autore dei bocconcini avvelenati – perché immagino di questo, si fosse trattato.
“Spesso queste volpi seppelliscono le loro prede nei nostri giardini, come riserva di cibo – ha detto un tipo –  A volte uccidono i nostri animali domestici perché hanno troppa fame.”
“Avvelenare gli animali è il modo più veloce per ripulire il nostro territorio da queste ospiti odiosi,” ha detto una signora, facendo spallucce.
“Io credo invece che vi dobbiate vergognare per quello che avete detto,” ho risposto, cercando di essere il più educata possibile.

Credo che ci siano modi migliori del veleno per rimuovere animali indesiderati dalle aree urbane e abitate. Posto che comunque non sono completamente contraria alla presenza delle volpi nel mio vicinato:
– Non hanno la rabbia, come tutti gli animali qui in Inghilterra.
– Controllano, in un certo senso, il numero di animali più “pericolosi” e portatori di malattie come topi e piccioni – e quindi non devo usare veleni per topi in casa, visto che per ora ce la siamo scampata, con l’invasione di topi (toccando ferro).
– Le volpi non hanno mai fatto male a nessuno e gli episodi di cronaca sono tali proprio per la loro sporadicità (le volpi stanno ben lontane dall’uomo).

Anche se avessi la fobia delle volpi, continuerei a pensare che avvelenarle (così come avvelenare cani, gatti e altri animali) è un atto di codardia. Inoltre, altri animali – o peggio qualche bambino – avrebbe potuto assaggiare quello stesso bocconcino avvelenato. Cosa sarebbe successo se il cane o il gatto dell’avvelenatore lo avesse mangiato? Il vigliacco che l’ha messo lì sarebbe stato contento in quel caso? Perché la gente non pensa alle conseguenze più vicine e probabili delle loro intelligentissime trovate?

L’uomo ha la fortuna di poter contare sul suo intelletto per formulare diverse soluzioni a un problema. In questo caso, forse si sarebbe potuto chiamare qualcuno capace di trasferire le volpi altrove, se sono davvero così numerose e pericolose per i cittadini.

PS: non è la prima volta che tratto personalmente il tema dell’avvelenamento degli animali. L’ultima storia breve presente in Cutting Right to the Chase Vol.1 parla proprio di un uomo che avvelena piccioni. Chase ha ovviamente risolto in caso in maniera brillante. Come mi sarebbe piaciuto se Chase fosse stato presente nel mio vicinato, ieri mattina.

 

Un esempio di pessima assistenza tecnica, Tiscali

Assistenza tecnica tiscaliPurtroppo in Italia ricevere una pessima assistenza tecnica da parte di qualsiasi gestore/servizio non è un’eccezione, ma visto che ora sono abbastanza abituata bene dagli standard inglesi (ma anche qui ci sono le eccezioni, sappiatelo) vi voglio raccontare in quale baratro di disagio e disservizio è caduta mia sorella, e perché c’entro io dalla perfida albione.

Preferirei non fare il nome dell’azienda di servizi internet e telefonici di matrice sarda con cui mia sorella ha un contratto a Perugia. Sapete, querele, denunce etc. Ma visto loro meritano (e credo riceveranno presto) una citazione in tribunale civile per negligenza, mi limiterò a dire che sto parlando dell’assistenza tecnica Tiscali.

Mia sorella, un pomeriggio di luglio, torna a casa dopo un temporale tremendo. E trova il modem VoiP spento. Lo stacca dalla presa, lo riattacca, lo resetta, lo prova ad accendere. Nulla, si è bruciato. Che fare? Chiamare il 130, il numero di assistenza tecnica Tiscali, a pagamento se non chiami da rete fissa. Peccato che il telefono di mia sorella è rotto perché funziona solo se il modem VoiP funziona. Nota a margine: mia sorella aveva chiesto un contratto “normale”, ma Tiscali le ha detto che nella sua zona la rete telefonica non era abilitata per Tiscali, per cui avrebbero dovuto mettere necessariamente il VoiP Tiscali. Vabbè.

Insomma, mia sorella si ritrova senza internet, senza telefono e senza assistenza tecnica. Dovrebbe chiamare dal cellulare, ma tutti (anche i non utenti Tiscali) conoscono bene le tempistiche di attesa di Tiscali. Avrebbe speso come minimo un miliardo.
Con il 3G dello smartphone riesce a contattarmi sulla chat di Facebook, chiedendomi un consiglio. Dal wifi di Londra riesco a:
– Controllare cosa può fare mia sorella nel frattempo (ossia attaccare un normale modem wifi che abbiamo di scorta per avere almeno la rete internet);
– Trovare i numeri da contattare dall’estero (che dovrebbero essere gratuiti chiamando da rete fissa, come la mia)- Ricercare sul sito aziendale l’Helpdesk Tiscali dove richiedere assistenza.

Il problema di mia sorella, a quanto mi è parso di capire googlando, è che Tiscali (come altre aziende, tipo Fastweb) è proprietaria dei codici di impostazione VoiP che non rivelano nemmeno sotto tortura, per cui è impossibile avere lo stesso servizio acquistando un modem che non sia quello fornito da Tiscali.
Per questo, ci piacerebbe sapere se sia possibile sostituire il modem (ma per farlo devi comunque chiamare il servizio assistenza tecnica).
Ricordo a tutti che mia sorella paga un canone di “affitto” del modem di 2.50 Euro al mese, che diventerebbero 3.03 Euro in caso di sostituzione/malfunzionamento del modem. Cosa vuol dire? Non lo abbiamo capito, per cui è necessario contattare l’assistenza tecnica Tiscali.

Provo a chiamare il numero fisso +39 0704600101 per utenti Tiscali all’estero per parlare con un operatore. Ad ora ho chiamato 7 volte. Questi i tempi di attesa, senza risposta:
– 17 minuti
– 38 minuti
– 14 minuti
– 26 minuti
– 22 minuti
– 33 minuti
– 18 minuti

Nel frattempo, ho scritto due email. Sulla pagina con il form per contattare l’assistenza tecnica Tiscali in caso di disservizio scrivono con orgoglio che riceverò una risposta entro due ore, se scrivo entro le 21.30 nei giorni feriali ed entro le 17.00 dei giorni festivi. Ieri (giovedì) ho scritto alle 19.00 ora italiana, e ho scritto anche stamattina alle 10.00 ora italiana. Nessuna risposta. 

Provo quindi a dare un’occhiata allo sponsorizzatissimo Tiscali Social Help Desk (lol). Cito dalla pagina Tiscali: “Serve aiuto? Interagisci con noi sui social network.
Tiscali ti offre su Twitter e Facebook tutto il supporto tecnico di cui hai bisogno.”
Ecco quello che ho trovato:
– Una pagina Facebook inattiva dal 26 giugno che NON ha mai fatto assistenza tecnica;
– Un account Twitter che risponde per lo più ai nuovi clienti che devono attivare i servizi o verificare la portabilità. Ho scritto 3 volte a questo account, gli ho anche fatto ‘Follow’, ma non mi rispondono. Un modem bruciato di cui pago l’affitto non merita l’assistenza tecnica Tiscali.

Ma la cosa più assurda sapete qual è? La presa per il culo (scusate il francese) alle persone sorde. Sempre nella stessa pagina “social” assistenza Tiscali compare questo box sulla colonna di destra: box assistenza tecnica tiscali non udenti

Ci clicco sopra, non perché sia sorda, ma perché c’è scritto che c’è una chat in tempo reale. Se non riesco a chiamare né ad avere una risposta su Twitter, probabilmente con la chat risolvo, proprio come qualche giorno fa ho risolto via chat un piccolo inconveniente che ho avuto con un prodotto Apple. Ebbene, ecco cosa vi si apre se cliccate sul box di cui sopra (cliccate per vederlo più grande):

assistenza tecnica tiscali chat email

Non c’è traccia alcuna di chat, ma rimandano a un Servizio Clienti che poi non è altro che il form email a cui ho già scritto due volte. Email a cui non ho ricevuto risposta.
Perché solo i sordi (anzi, non udenti) scrivono email. I non udenti meritano di (non) ricevere risposte via email perché sono diversi? Perché non dare un servizio di assistenza tecnica rapido e soddisfacente anche ai disabili? Perché nemmeno i normodotati lo meritano. Alla faccia della parità.

Edit 1:  Per quanto riguarda i social media, Tiscali ha superato se stessa. La pagina Facebook Tiscali Help Desk non è inattiva. É solo che non postano, e chi posta viene cancellato. Infatti, ho postato un commento di lamentela per la loro poca solerzia, ed è stato cancellato. L’account Twitter Tiscali, al contrario, è più che attivo, è attivissimo. Mi hanno risposto dopo solo 16 ore dall’invio dell’ultimo Tweet. Che solerzia.

Edit 2: alla fine, sono riuscita a parlare con una maleducatissima signorina del customer service, che mi ha rimproverato perché si è fuso il modem. Sì, mia sorella come hobby fonde modem. Mi ha detto che nel giro di qualche giorno il corriere avrebbe recapitato il modem nuovo. Ancora nulla, ovviamente.
Qualche ora dopo è arrivata anche un’email dal form per non udenti di Tiscali, dicendomi che mi avrebbero mandato un modem nuovo a casa. Dopo 4 giorni, meglio tardi che mai, no?

Edit 3: il modem è arrivato in tempi umani, ma indovinate? Il VoiP telefono NON FUNZIONA! La maledizione dell’Assistenza Tiscali!

Treni del Rugby, quando le buone iniziative deragliano

Facebook header treni del rugbyOggi vi racconto una storia che mi ha fatto molto incazzare, scusate il francese. É la solita storia all’italiana, per cui non capisco perché ancora mi incazzo così tanto. É la storia di 600 persone e del loro piccolo sogno infranto, quello di vedere gli All Blacks dal vivo, allo stadio Olimpico.

É la storia dei Treni del Rugby, iniziativa nata da una partnership tra tre attori: un’agenzia (una persona fisica che ha nome e cognome), TicketOne (azienda che ha l’appalto per vendere i biglietti delle partite della nazionale di rugby), Trenitalia. In tutto questo, che piaccia o meno, anche la FIR (Federazione Italiana Rugby) viene coinvolta in qualche modo. I Treni del Rugby hanno iniziato a correre 3 anni fa, trasportando, come dei treni charter, i tifosi del Nord Italia a Roma, per vedere l’Italia. Per loro, un pacchetto esclusivo con biglietto per lo stadio, viaggio di andata e ritorno in treno e qualche gadget.

Quest’anno, però, a meno di tre giorni da Italia-Nuova Zelanda, è arrivata la doccia fredda per i 600 passeggeri del Treno del Rugby: tutto è saltato, non se ne fa più niente. I motivi? A quanto pare, l’agenzia titolare dell’iniziativa non ha mai acquistato, di fatto, i biglietti da TicketOne. Sulla rete si sono rincorse una serie di dichiarazioni dove tutti scaricavano il barile a tutti gli altri, e onestamente, in questa sede non mi interessa nemmeno sapere chi è il vero responsabile di questo spiacevole equivoco. Chiamiamolo così.

Quello che mi interessa è che 600 persone hanno perso i loro soldi, e si sono visti la partita da casa. Infatti, i biglietti per lo stadio vengono consegnati una volta saliti sul treno, ma se non c’è il treno non ci sono nemmeno i biglietti. La prima scena che ho immaginato è stata quella di un papà normale, che deve dire al suo bambino, appena tornato a casa da scuola, di togliersi la sciarpetta dell’Italia, o la felpa degli All Blacks, perché a casa, tanto, non serve. Niente stadio Olimpico, niente Haka, niente eroi. Televisione, divano e magari un gelato al cioccolato, per consolazione.

Chi ne esce con le ossa rotte, a parte i poveri consumatori? Ho fatto la mia classifica, dal meno colpito al più danneggiato.

– Trenitalia: leggendo le lamentele quotidiane dei pendolari di Trenitalia ho imparato nuove, creative parolacce. Un charter soppresso in più o in meno di certo non lede l’immagine di questo monopolio azienda.

– TicketOne: quale interesse avrebbe avuto TicketOne a non vendere dei biglietti? A meno che non si tratti di un caso di overbooking, ma non mi risulta che l’Olimpico sia sold out.

– Treni del Rugby™:  una bellissima occasione di fare bella figura, in Italia e nel mondo. Un’altra iniziativa che fallisce miseramente, e che passasse in mano ad altre persone comunque partirebbe con un grado di sfiducia dei consumatori e degli sponsor tale da far fallire di nuovo tutto quanto. Certo che noi italiani siamo davvero abili a distruggere le cose.

– FIR: che abbia delle colpe o meno in questa vicenda (e non è certo questo il contesto giusto per appurarlo) la Federazione Italiana Rugby è quella che a mio parere viene maggiormente danneggiata. Sull’header della pagina Facebook di Treni del Rugby svetta anche il logo della FIR (con un asterisco, ma non trovo il significato dell’asterisco), nonostante l’ufficio stampa abbia subito rilasciato un comunicato affermando la loro totale estraneità ai fatti. Per la Federazione si tratta di un danno di immagine non indifferente, perché i tifosi che di fatto fanno la Federazione non si potrebbero più fidare più di quel logo che rappresenta un’istituzione che dovrebbe tutelare il rugby a tutto tondo, tifosi compresi. Perché senza tifosi, loro non ci sarebbero. Ho letto addirittura dei commenti di persone che mandavano al diavolo (non era proprio ‘diavolo’, usate la vostra immaginazione) il rugby stesso. Ovviamente è un’esagerazione, ma io credo che una disavventura del genere possa nuocere anche al rugby italiano stesso. É tutta una questione di immagine, che ci piaccia o meno.

Questa dei Treni del Rugby è l’ennesima riprova del fatto che in Italia le cose belle non durano mai abbastanza. Vedremo prossimamente come andrà a finire, ma quello che è già certo sin da ora è che abbiamo perso un’altra occasione per fare bella figura. Con noi stessi, intesi come popolo italiano, prima che con gli altri.


Today I’m going to tell you a story that really make me very pissed out, pardon my French. It’s the same, old, usual Italian story, so I can’t realise why I still piss out about it. It’s the story of 600 people and their little shattered dream of watching the All Blacks in the flesh at stadio Olimpico in Rome.

It’s the story about Treni del Rugby event, a partnership by three actors: an agency (a natural person), TicketOne (a company which has the contract to sell the tickets for the international Italian rugby matches), and Trenitalia (the almost-only railway company in Italy). For better or worse FIR (Italian Union Federation) was involved in it as well. The Treni del Rugby event started three years ago and it aimed at transporting, just like charter trains, the supporters from North Italy to Rome. For these supporter there was usually an exclusive package with a round trip ticket, the ticket for the match  and some gadgets.

Unfortunately, this year – less that three days before Italy vs New Zealand match – an unexpected letdown showed off for the 600 Treni del Rugby’s passengers. The deal was off, nothing doing. The reasons? Apparently, the agency which was the main owner of the event didn’t ever buy the tickets from TicketOne. A series of statements have chased each other on the internet, where everyone were passing the buck to the other, and honestly I don’t care about who is guilty or not.

What I really care is the fact that 600 persons lost their money and watched the match at their own homes. That’s because the ticket for the stadium were usually delivered once you are on the train, but if there’s no train… there’s no ticket for the stadium anyway. The first scenario I imagined was about a daddy who has to told his little boy that he should take off his Italian rugby team scarf, or his All Black’s sweatshirt, because he are not going to need it at home. No Olimpico stadium, no Haka, no heroes. Just the tv, the couch and perhaps a chocolate gelato as a consolation prize.

Who does come up with broken bones, apart from the poor consumers? I have created my personal ranking, starting from the less damaged brand reputation with the most ones.

– Trenitalia: while reading the daily outliers’ complaints I learnt new, creative bad words. A canceled charter train certainly does not affect the image of this monopoly company.

– TicketOne: what interest does TicketOne would have not selling tickets? Unless it is a case of overbooking, but I am not aware that the Olympic is sold out.

– Treni del Rugby™:  a great occasion to make the right impression to the Italy and the whole world. Another event failed which is not going to work anymore, if it started  again it would have a solid distrust by consumers and sponsors. Let’s face that Italians are very skillful at destroying good things.

– FIR: if it has fault or not in this affair (and it’s not the right place where to talk about, actually) Italian Rugby Union is the most damaged brand reputation in my opinion. There is the FIR logo standing on the header of the Treni del Rugby Facebook page, although its press office has immediately released a bulletin affirming its non involvement. It’s a huge brand damage for the Federation, because supports – which make the Federation, as a matter of facts –  don’t trust it anymore. That’s because FIR represents an institution and should preserve rugby at 360 degrees, supporters included. Because without supporters, Fir does not even exist. I even red some comments by people who really sent to hell (they didn’t write ‘hell’, let’s use your imagination) the rugby as a sport. It’s an exaggeration of course, but I believe that a misadventure like this could also harm the Italian rugby movement. It’s all about the image and the so-called brand reputation, whether we like it or not.

That Treni del Rugby story is another proof of the fact that good things never last enough in Italy. We will see soon how it will end, but what is certain is that we have lost another chance to make a good impression on ourselves, meaning the Italian people, rather than on others.