Confessioni di un atleta, quello che i velocisti non dicono

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Pavoni finale europei Atene 1982 100m - atletaQuante volte hai visto un atleta celebrare la sua vittoria? Hai visto il suo sorriso, la gioia, a volte la sorpresa. Ma hai mai pensato a cosa passa nella testa di quello stesso atleta i momenti prima di tagliare il traguardo? Il mio amico Nicola Giorgioni ci ha provato durante le Olimpiadi di Londra 2012, con un bel guest post sui maratoneti.
Stavolta, invece, mi piace dare la parola anche ai velocisti.

Ho avuto il piacere e l’onore di tradurre in inglese un racconto molto particolare che ho trovato su Facebook. L’autore è uno dei più grandi velocisti italiani di sempre, Pierfrancesco Pavoni. Per capire, è stato per ben 27 anni detentore del record italiano della staffetta 4×100 assieme a Pietro Mennea, Carlo Simionato e Stefano Tilli. Uno capace di correre in 10″22 i 100m e i 200m in 20″38.

Pavoni racconta quello che è accaduto quell’estate del 1982 ad Atene, finale Europea dei 100 metri maschili. Credo che quello che segue sia una bellissima testimonianza di cosa è lo sport, quello con la S maiuscola. E soprattutto, spiega cosa significa essere  non solo un atleta, ma un vero campione: testa, gambe, cuore, anima, dolori e gioie in un mix perfetto.
Mi sono personalmente emozionata a leggere tutto questo, spero che possa emozionare anche te.

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Atene fine estate 1982

… E presi il mio respiro, lo rallentai insieme a ciò che mi stava accanto… ai suoni… agli spettatori… ai miei avversari.

Mentre gli occhi fissavano senza guardare ove le corsie convergenti finivano la propria corsa, un film scorreva costantemente nella mia mente.

Un film fatto di immagini, di movimenti, di odori, di sensazioni e di rumori che sincroni ripercorrevo per creare il programma neuromotorio da innescare dopo lo sparo.

A 40 km orari, raggiunti dal tuo corpo usando i tuoi arti, non puoi e non devi pensare solo sentire, percepire e sopratutto svolgere un film già visto, ascoltato, respirato.

Mentre balzellavo sul posto per mantenere uno stato di allerta volontaria lo starter ci richiamò ai “nostri posti”…

A passi decisi e morbidi mi recai sul blocco, leggermente avanti, chinandomi e posando le mani a terra per far scorrere le gambe oblique indietro. Posai prima la sinistra sul blocco anteriore e poi la destra su quello posteriore e facendo una leggera pressione su entrambi, mentre con le mani indietreggiavo anche il busto, mi caricai come una molla sul blocco.

All’unisono tutti i miei pensieri fecero lo stesso. Tutti i miei dolori e le mie irrisolte sofferenze si compressero nella mia anima… in quella parte dell’anima dove bruciano i nostri dolori ed amori.

Come polvere da sparo le immagini di mio padre, di mia madre, del professore, di me stesso, ciascuna per il suo significato, si compressero nel petto.

Dondolando le spalle come in una danza leggera, con gli occhi puntati verso il tartan, buttai fuori lentamente l’ultimo respiro di aria calda mentre, in attesa del “pronti”, concentrai tutta l’ attenzione a scatenare tutti i miei pensieri solo dopo il colpo di pistola.

Il silenzio assoluto ci circondo’ e fu interrotto di li a poco dallo starter. “Pronti”… Lentamente salii e tutti i tendini e muscoli si allungarono in avanti e dopo che il bacino raggiunse il suo apice e le spalle in avanti erano nel perfetto equilibrio ,attesi immobile lo sparo…

Al millesimo 169, ovvero 4 centesimi più tardi di Frank (Emmelmann, ndr) in prima corsia, scivolai via dal blocco, già ultimo.

Guardai sempre a terra mentre con una sicura leggerezza i miei artigli spingevano il corpo in accelerazione mentre la mia mente ordinava di non esprimere tutta la forza e la mia anima tutta la rabbia.

Alle mie ali Cameron e Marian (Sharp and Woronin, ndr) mi superarono subito ed a 30 metri vedevo già le loro schiene.

Il film visto, sentito, odorato e respirato maniacalmente sino a pochi istanti prima era stato innescato e, mentre tutti si dimenavano convulsamente per arrivare al traguardo, la percezione del corretto movimento ciclico innescato era lì forte e decisa.

Il miei occhi vedevano si le schiene dei miei forti avversari ma la mia anima non se ne curava poiché il rimbalzo a terra ed il ritorno dei talloni sotto i glutei, in un vortice di spinte e recuperi perfettamente coordinati, nutriti da quanto bruciava nell’anima, stavano gia’ dando i propri frutti.

Le schiene non si allontanavano più. Si erano fermate e, a meno di 6 secondi dalla fine, il recupero era già in atto.

Meravigliato e conscio dell’efficienza motoria e della velocità che stavo raggiungendo, senza panico, abbassai leggermente la testa e le spalle impercettibilmente come a sporgermi verso avanti ed infilarmi nel buco tra gli avversari di fronte a me.

Come una fiera mi avventai sui di loro sicuro di averli in pugno con una dinamica di corsa impressionante: le spinte a terra erano quelle di un toro espresse con la leggerezza di una farfalla.

A meno di 1 secondo dalla fine li avevo raggiunti ed in 5 decimi avevo superati entrambi, di quasi mezza lunghezza, piombando come un felino sul traguardo con una inclinazione verso avanti mai piu’ vissuta nella mia carriera.

L’ultimo quadrato, distante dalla linea del traguardo 1 metro, mi diede la certezza di aver vinto la sfida con i due fuggitivi e, non avendo nessuno alla mia sinistra se non Frank in blu e molto distante anche se sulla mia stessa linea, non potei evitare di alzare le braccia ripetendo inconsciamente la stessa identica immagine di Pietro a Mosca 2 anni prima.

Dal silenzio assoluto di una realtà dilatata, mi risvegliai durante la fase di rallentamento anche per il rumore assordante della folla che gridava mentre uno sciame di fotografi ci rincorreva per immortalare il momento.

Girai gradualmente a sinistra e saltellando tornai dietro verso Frank pensando di aver vinto la sfida con i miei vicini di corsia ma non con lui, probabilmente.

In segno di saluto alzò le mani verso l’alto incontrando le mie, guardandomi con un sorriso sorpreso e con i suoi tristi occhi blu forse per una libertà ancora lontana o magari vissuta solo in quell’attimo di vita insieme a me sul filo di lana pochi istanti prima.

La vittoria andò a lui, ma ero felice comunque per aver quasi vinto, da juniores, la finale Europea dei 100 metri di Atene nel 1982. A 19 anni con un peso di 70 kg circa e con un vento contrario di circa 1 metro al secondo avevo corso in 10 netti con una partenza volontariamente lenta ed un recupero indimenticabile. Un altro metro e probabilmente avrei potuto anche vincere.

Fu comunque una vittoria perché la cosa che più mi rimase dentro, e tutt’oggi mi accompagna, è la sensazione di gioia profonda che ho vissuto solo dopo aver raggiunto un traguardo lottato con tutte le forze, le lacrime e le silenziose disperazioni che fisicamente e mentalmente ho incanalato nell’allenamento e nella gara come unici possibili tentativi di soluzione-superamento.

Ero il ragazzo più veloce del continente europeo, probabilmente del mondo in quel periodo, ed il mio premio, appena scoperto in una notte sul mare nero del Pireo illuminato da una luna argentata e dal sorriso immenso di mia madre, era un momento di piena pace dai miei tormenti.

Testo e foto sono © Pierfrancesco Pavoni
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