La volta che ho parlato con Pietro Mennea

Pietro MenneaNon mi piace fare il coccodrillo o il becchino di Facebook, ma Pietro Mennea non era una persona normale, una persona qualunque. Velocista o meno, che ti piacesse correre o no, se sei italiano e non hai 12 anni sai più o meno chi è Pietro Mennea. Come dire David Gilmour per gli inglesi, diciamo. Anche stamattina, la mia richiesta di amicizia sull’account Facebook di Pietro Mennea è rimasta in attesa di risposta, sospesa. Così come ho rincorso Livio Berruti per dirgli due parole, così ho fatto anche con il grande Mennea. Ho provato a contattarlo in ogni modo, anche attraverso altre persone a lui più vicine, ma non era facile: lui è uno schivo, uno che a molti è antipatico, perché quello che dice – a ragione o a torto – non lo manda a dire per lettera. E così, un giorno, senza molta speranza, ho provato a mandargli un’email, un messaggio privato via Facebook.

Che gliene fregasse o meno, a Pietro Mennea, gli ho raccontato i cavoli miei: che sono una velocista lenta e leggerina, che il Maestrale della Sardegna mi porta sempre via in curva, sulla pista. Che volevo fare la sportiva di professione, ma ho le gambe corte, e così mi sono messa a studiare all’università. Che non ho mai abbandonato la corsa, perché correre è come respirare, e che forse dovevo fare la ginnasta. Che volevo guidare una ragazza cieca per dare un traguardo vero a questo istinto di correre sulla pista, anche con le gambe corte.
E poi l’ho ringraziato, perché lui era uno che mi ha fatto apprezzare ancora di più la fatica di allenarsi tutti i giorni, perché quel rigore e sacrificio che mi hanno insegnato al campo mi ha fatto diventare ciò che sono ora.

Ho fatto invio, e la mia vita è continuata normale. Ma Pietro Mennea mi ha risposto dopo qualche giorno. Si è brevemente scusato perché non ha accettato la mia amicizia, ma il massimo delle amicizie è di 5 mila, e non voleva togliere l’amicizia a nessuno. “Se qualcuno si toglie, poi ti vedo e ti aggiungo”, mi ha scritto.
Mi ha scritto che anche se non mi conosce, crede che probabilmente sarei stata una grande ginnasta, se lo avessi voluto davvero. Ma che comunque se la corsa ti chiama non puoi girarle le spalle e fare finta che non ti abbia chiamato.
Mi ha scritto che ho fatto bene a studiare, perché quando le gambe diventano dure, anche il più grande degli sportivi deve avere il cervello pronto e allenato.
Mi ha scritto che pensare agli altri anche quando si fa sport non è da tutti, e mi ha fatto l’in bocca al lupo per il mio progetto di guida.

Mi ha scritto con uno stile asciutto, molto concreto, queste 10/15 righe a cui non ho fatto in tempo nemmeno a rispondere, a raccontargli come sono andate le cose e i miei progetti.

Pietro Mennea, per me, era queste risposte che mi ha dato. E come ha detto un mio amico, se n’è andato come ha vissuto: velocemente.