Le Olimpiadi di Wembley, ha vinto lo Spirito Olimpico

Vi ricordate di Carla Monticelli? É un’amica dall’incredibile talento scrittoreo, che mi ha ospitata nel suo blog come guest poster. Beh, ora che anche Carla è atterrata a Londra per le Olimpiadi, è giunto il tempo di restituirle il favore e ospitarla qui con il suo guest post. Carla ci testimonia come Wembley non sia solo il tempio del calcio, ma anche dello Spirito Olimpico. Buona lettura!

Tanto era il mio desiderio di assistere di persona alle Olimpiadi che ho acquistato i biglietti e programmato il viaggio con oltre un anno di anticipo. Ammetto che inizialmente avevo sperato di andare a vedere il nuoto o il tennis, ma poi, non essendo stata estratta per queste manifestazioni, ho “ripiegato” per il mio sport preferito: il calcio. E quale migliore luogo per vederlo se non uno dei suoi templi storici come Wembley?

E così sabato scorso ero lì, ad assistere ai quarti di finale maschili che vedevano impegnati il Messico e il Senegal. Per la cronaca il match è finito 4 a 2 dopo i supplementari, ed è stata una partita davvero divertente, ricca di capovolgimenti di fronte e di giovani giocatori molti promettenti. Ma la partita in sé non era necessariamente la parte migliore dello spettacolo.

Immaginate il nostro entusiasmo, quando, all’uscita dalla stazione di Wembley Park, ci siamo ritrovati di fronte questo enorme stadio sormontato da un arco altissimo. Ci eravamo recati lì con oltre quattro ore di anticipo, temendo pesanti ritardi dei mezzi o durante i controlli agli ingressi. Niente di tutto questo è avvenuto. L’organizzazione dei londinesi è stata perfetta. Un cordone umano ci indicava la strada da percorrere (come se non fosse già evidente) per raggiungere gli ingressi, augurandoci nel contempo con grandi sorrisi di goderci la partita. Abbiamo individuato i varchi con facilità e ci siamo riparati durante gli scrosci improvvisi di pioggia. Prima dell’apertura dei cancelli, le steward, sempre sorridenti, ci hanno spiegato come sarebbero avvenuti i controlli e alle 12.30 spaccate si è dato via all’ingresso. Tempo altri cinque minuti, compresa perquisizione (me ne sono sorbita per quattro in questo viaggio e ormai mi veniva naturale!) e controllo degli effetti personali, ed eravamo dentro.

Una volta lì, nell’enorme area circolare sotto gli spalti, ci si è aperto tutto un mondo, in cui decine di migliaia di persone, ordinatamente, mangiavano, chiacchieravano tra di loro e guardavano gli schermi dove venivano trasmessi altri eventi olimpici. Abbiamo persino attaccato bottone con una coppia di inglesi, che hanno voluto sapere tutto di noi e ci hanno ringraziati (sul serio!) per essere venuti fino a Londra per vedere le Olimpiadi e si sono scusati per la pessima qualità del cibo nello stadio.

Finito di pranzare (si fa per dire), ci siamo diretti verso i nostri posti. L’ingresso nell’arena è stato emozionante. Durante la partita ci siamo trovati a far parte di un pubblico tra i più vari, entusiasta e composto, che seguiva con passione ogni fase della gara, in cui tutti tifavano per tutti, che ha festeggiato ogni gol, che ha partecipato pestando i piedi per far tremare gli spalti, mentre una spettacolare ola si infrangeva su di essi, percorrendoli anche quattro volte di fila.

E noi eravamo lì a vivere tutto questo, assaporando il vero significato dello spirito olimpico.

Ma i londinesi non avevano ancora finito di stupirci. All’uscita, quando oltre 81.000 persone dovevano riversarsi nell’unica stazione della metropolitana, tutto è avvenuto in maniera iper-ordinata. Eravamo un unico fiume umano, guidato dai poliziotti a cavallo che ci chiedevano gentilmente di attendere e pian piano ci facevano entrare nella stazione, dove ogni gruppo ha immediatamente trovato un treno vuoto ad attenderlo.

E nel frattempo, per festeggiare la vittoria, i messicani improvvisavano un concerto, catalizzando su di sé tutte le attenzioni e allietando così la nostra attesa.

 

Traduttrice tecnico-scientifica e biologa ex-ricercatrice universitaria, Rita Carla Francesca Monticelli scrive da sempre, ma più recentemente, dal 2009, si sta dedicando in particolare alla narrativa. Autrice indipendente di due ebook, studia già da qualche anno l’interessante mondo dell’auto-pubblicazione d’oltreoceano e cerca di capire come applicarla alla realtà italiana.
Il suo ultimo lavoro, “Deserto rosso – Punto di non ritorno“, è il primo episodio di un romanzo di fantascienza a puntate. Date un’occhiata al suo sito (e blog)!

 

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