Perché le aziende italiane falliscono online / Why italian brands fail on the online market

Italians don’t get it. Sorry, Mr pc.

Oggi vi voglio proporre la lettura di un articolo illuminante scritto da un gruppo anonimo di esperti di comunicazione digitale che vogliono rimanere anonimi.

L’articolo spiega in pochi punti perché le aziende italiane falliscono nel mercato digitale. Leggendolo, se siete italiani non avrete molte difficoltà a capire che l’autore non si è inventato nulla, e che purtroppo i toni non sono esagerati. Il rapporto tra mondo online e professionista/manager/dirigente di un’azienda è talmente dipinto bene che credo che il pezzo sia stato scritto proprio da un italiano.

Per chi non comprende bene l’inglese, mi limito a fare un brevissimo riassunto di quanto esposto nel contributo:

1) La maggior parte delle persone che lavorano in queste aziende sono anziane e orgogliose.
Quante volte avete sentito vostra madre dire che Facebook è un giocattolino per i giovincelli? Un’opinione rispettabile, a meno che vostra madre non sia a capo di un’azienda. Non lanciarsi nel mercato digitale perché “l’azienda ha sempre fatturato bene anche senza internet” o per pigrizia mentale porta le aziende a nuotare nel loro laghetto. E basta. Ignorando che oltre il laghetto c’è il mare, che ha acqua salata e non dolce, ma è sempre acqua.

2) Nessuno si prende mai dei rischi e nessuno decide mai niente.
Vi è mai capitato di assistere a presentazioni o brainstorming di un certo tipo, cioè del tipo in cui nessuno parla o dice niente prima che il capo abbia proferito bocca? A me sì, e non è una bella sensazione. L’impiegato medio di una qualsiasi azienda italiana non si prende mai la responsabilità di quello che dice, perché non parla. Nessuno ha un alto spirito d’iniziativa, e certe volte non ce l’ha nemmeno il responsabile del reparto, o dell’azienda stessa.
Nessuno nell’articolo punta il dito contro qualcuno, ma questo atteggiamento, a mio parere, non è colpa solo dell’impiegato “timido”, ma delle condizioni lavorative che certe aziende impongono: se parli e provi a perorare la tua idea con zelo e passione, passi per quello che vuole rivoluzionare tutto e che porta grane, perché non rispetta le gerarchie. E quindi il brio del singolo viene strozzato per non perdere il posto. Provate a chiedere a una persona che lavora all’estero come funzionano queste dinamiche, fuori dai confini italici.

3) Gli esperti di marketing non sanno niente di marketing digitale.
Che poi è una cosa molto legata al punto 1: se ti sei laureato o formato 30 anni fa e non ti sei aggiornato, non hai la più pallida idea di cosa si celi dietro una sciocca paginetta di Facebook fatta da giovincelli per giovincelli, o un uccellino azzurro che tuìtta. L’articolo dice una cosa che voglio tradurre pari pari: “Questi personaggi leggono una pagina di giornale e pensano di sapere tutto di tutto. Il problema è che l’articolo è stato scritto probabilmente da un marketer italiano medio che crede di essere un guru, ma è solo, nella maggior parte delle volte, un somaro.”

4) Gli italiani impiegati nelle aziende hanno perso la gioia per il loro lavoro (e per la vita)
Una cosa molto, molto vera. Ci sono diverse ragioni che hanno portato a questa triste situazione – e che non credo esista solo in Italia, diciamocelo – ed eviterò di dilungarmi su questo perché è un aspetto sociologico che mi farebbe perdere il filo del discorso. Il punto è che la frustrazione professionale e la poca dinamicità del lavoro ha portato le aziende a lavorare quasi per inerzia, come se le campagne di comunicazione si dovessero fare perché sono obbligatorie, senza più guardare al cliente finale, ai destinatari, e senza mettere mai il naso fuori dalla stanzetta dell’ufficio. Mentre invece lavorare nella comunicazione e nella pubblicità è uno dei mestieri più dinamici e vari del mondo, dato che la società cambia in continuazione, così come i prodotti e le relazioni che nascono tra questi due soggetti. Se devi promuovere, proporre e vendere un prodotto non puoi che entusiasmarti per questo, e la passione in questo campo è vitale. Credo che sia uno dei mestieri più belli del mondo.

Infine, una considerazione personale. Questi quattro punti sono lo specchio di una società vecchia, stanca, asmatica. Se volessi usare una sola parola per diagnosticare la malattia, direi che si tratta di immobilismo cronico. Purtroppo.


Today I just want to point out to your attention an article wrote by an anonymous group of talented digital communication pros.

It explains in few points why Italian brands are failing in the online market. Reading this, you will probably think they are going overboard, but they aren’t. Lots of italians could confirm every word written on the article, so that I think it was probably written by a wise italian too.

I would like also to add a personal consideration about point No2, Nobody ever takes the risk to decide everything. No one in the article points the finger at somebody, but I think that the habit mentioned isn’t a “shy“-office-worker/fellow guilt at all. I believe that this situation is mainly the result of the working conditions and status imposed by companies. For instance, if you try to plead one’s idea with passion, fervor and coherence, you’d probably be named as the one who raises a fuss, the revolutionary one who doesn’t care about the grades. Because you know that good ideas have grades, don’t you know? In Italy they do. Then, the only-esecutive-creative-worker loses his enthusiasm in order to not lose his job too. I guess it’s not only an Italian issue, but here in Italy it’s the daily habit, and it’s not good for our society.

Lastly, if you know an italian brand that does not think as the ways exposed on the article, please let me know, so I could sens my resume ;)

Photo credit by Matt Mets
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