Se l’Italia non sostiene l’eccellenza sportiva / If Italy doesn’t support its World Class athletes

Marzia Caravelli

The smile of a champion, Marzia Caravelli

Adoro raccontare belle storie: storie di speranza, di successi e di vittorie. Oggi, però, devo purtroppo raccontare una storia triste, che poi è una storia doppia. É il riflesso della società italiana, seduta sul baratro di una crisi economica che non esclude niente e nessuno, tantomeno lo sport.

Questa è la storia di due ragazze, due donne nella loro piena maturità fisica e psichica. Si chiamano Alessia e Marzia. La prima nuota, la seconda corre. Alessia ha 25 anni, un argento olimpico di Pechino e un oro mondiale al collo. Nel suo palmares ci sono anche 3 ori europei e 44 titoli italiani, un record del mondo, tre record europei e 11 record italiani. Come Marzia, nessuno mai in Italia: 12″85 nei 100 ostacoli, è record. A 30 anni, è semifinalista a Londra 2012, ed è attualmente tra le 6 ostacoliste più veloci d’Europa.

Cos’hanno in comune queste due ragazze? Il grande talento, l’amore per lo sport e le importanti prestazioni di livello internazionale. Inoltre, entrambe hanno incontrato problemi nella gestione della loro figura di sportiva professionista. Ovvero, non trovano le condizioni logistico-economiche adatte per essere delle professioniste dello sport.

Il 12 ottobre scorso, Alessia ha annunciato il suo ritiro dalle competizioni. Un infortunio bruttissimo e grave alle spalle e nessun gruppo sportivo che si è fatto avanti per averla in squadra hanno avuto la meglio sul suo buon recupero fisico mostrato prima dei Giochi di Londra. E così, a 25 anni, l’Italia perde un’atleta che probabilmente avrebbe potuto dare ancora qualcosa alla causa del nuoto, in questo periodo in crisi d’identità – e di atleti.

La situazione di Marzia, a mio parere, è ancora più grottesca e preoccupante: per preparare al meglio le Olimpiadi si è licenziata dal lavoro, e si è accollata tutte le spese. A sostenerla, un unico sponsor. Marzia è una delle pochissime atlete, nell’atletica leggera, che non fa parte di corpi militari dello Stato, ma gareggia per una società “civile”. Questo significa che nessuno le garantisce un’entrata fissa per mantenersi e stipendiare il suo entourage – un nutrizionista, un massaggiatore e un allenatore. É un po’ come se un chirurgo operasse senza infermieri, anestesisti e operatori sanitari. E in tutto questo, secondo le dichiarazioni di Marzia ai giornali, la Fidal – Federazione Italiana di Atletica Leggera – tace e non sgancia, ovvio.

In poche parole, i fatti sono questi: una delle campionesse della claudicante atletica italiana, la primatista nazionale dei 100 ostacoli, di fatto dovrebbe fare l’atleta part-time, altrimenti non riuscirebbe a camparsi e ad allenarsi nelle condizioni giuste per migliorare i suoi tempi. Marzia cerca un altro sponsor, e a niente è valso l’appello dei suoi fan su Facebook, che volevano fare colletta e creare un fondo. “La beneficienza è per chi è più sfortunato di me e ne ha più bisogno. – ha detto lei – Cerco uno sponsor che condivida un progetto con me e voglia investire nello sport“.

Quando leggo le storie di Alessia e Marzia, mi sento triste. Viviamo in una società che salta presto sul carro dei vincitori, senza poi sapere che dietro le medaglie o le prestazioni c’è del lavoro che va oltre la corsetta in pista o le bracciate in acqua. C’è bisogno di professionalizzazione, perché se è vero che fare l’atleta è un mestiere per “privilegiati”, è anche vero che è una professione vera e propria, specie se – da italiani – ci piace avere un nostro rappresentante sul tetto del mondo.

Quando leggo queste storie penso a quanto sia inadeguata l’Italia in questo senso. In Inghilterra il sistema sport è ben integrato con il tessuto scolastico, è sostenuto da un sistema di erogazione e ricerca dei fondi che permette agli atleti di importanza nazionale e internazionale di allenarsi serenamente. Lo sport è visto come un fattore che concorre alla costruzione dell’identità nazionale, e quindi viene considerato come tale. Nessun bonus milionario per chi vince un’Olimpiade, ma dall’altra parte le Federazioni, lo Stato e gli sponsor sostengono gli atleti.

Se non fossi così fiera di Alessia e Marzia, come italiana, proporrei loro di chiedere la nazionalità inglese. Se fossi un’azienda e avessi dei soldi da investire, invece, li investirei a occhi chiusi. 


As an Italian, I’m quite jealous of Team GB and Britain’s sport system. It’s not just about your Olympic and Paralympic medals, it’s about the respect and the esteem that Britain harbours for their athletes.

Preamble: I love telling lovely stories: hopefulsuccessfuland victorious stories. Unfortunately, today I have to tell two sad, parallel stories. They reflect Italian society which is sitting on the precipice of an economic crisis that has had a disastrous effect on sport.

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Photo credit by Marzia Caravelli’s Facebook fanpage