Sei Nazioni 2012, lo schiaffo all’Italia (e qualche domanda) / RBS Six Nations, the Italian big smack (and some questions)

Even Top-Class players want to cry sometimes. But they can't.

Lo specifico subito, tanto per essere chiari: siamo tutti bravi, da tifosi, a fare i ragionamenti del post partita, senza magari mai avere messo piede in un campo verde e senza mai aver subito un placcaggio. E senza avere nemmeno uno straccio di titolo di studio che affermi la tua profonda conoscenza di certe dinamiche fisiche e sportive.

Quello che sto per dire è frutto delle sensazioni che ho colto parlando con gli amici, leggendo su internet i pareri di utenti e tifosi e ascoltando giornalisti e atleti. Non voglio accusare nessuno.

A termine del match di ieri dell’Italia contro l’Irlanda, capitan Parisse ha dichiarato una cosa che – di nuovo – mi ha preoccupato: “Abbiamo mollato psicologicamente”.
É una cosa che non capisco. Badate bene, non è che non la comprenda, è proprio che non la capisco, con tutta l’empatia e la passione del tifoso.
Non credo che ai ragazzi manchino gli stimoli o le motivazioni. L’inesperienza sui campi internazionali mi sembra solo una piccola giustificazione. E non credo nemmeno che i nostri fossero troppo gasati dalla buona prestazione contro l’Inghilterra.

Mia madre sostiene da anni che gli italiani – tutti gli italiani, di qualsiasi sport – nei momenti topici e quando c’è bisogno di una forte reazione di carattere se la fanno sotto. E il 70% delle volte che lo dice, poi, le devo dare ragione. I casi sono tre:
– Mia madre porta sfiga.
– Abbiamo una predisposizione culturale al crollo emotivo.
– Non siamo in generale preparati dal punto di vista psicologico. Mai. Le volte che reagiamo è fortuna, e la cosa mi riporta al primo punto.

Mentre cerco di capire quale delle tre opzioni idealtipiche si avvicina di più alla realtà, mi sono soffermata su un altro concetto: la tenuta fisica dei giocatori in campo. Infatti, la frase più gettonata che ho letto in giro è: “Tutte le squadre italiane di rugby che militano in contesti internazionali reggono solo 40-50 minuti. Poi crollano fisicamente e non tengono per l’intera partita“.

Premetto che vengo da uno sport dove:
– Il massimo dell’allenamento aerobico erano 3/5 km dopo la sessione di palestra del martedì.
– La stagione agonistica prevedeva due periodi di attività agonistica (gennaio indoor e da maggio a settembre outdoor) per cui il calcolo dei picchi di forma veniva fatto in base a una programmazione ragionata ad agosto.
– La preparazione fisica generale avveniva proprio ad agosto e doveva garantire la massima tenuta generale fino a settembre.

Io non ho una laurea in scienze motorie né in medicina dello sport, per cui i miei ragionamenti sono fortemente condizionati dall’esperienza personale.
Se tutte le nostre squadre non riescono sistematicamente a dare il 100% per 80 minuti, forse c’è un problema di fondo sul lato della preparazione fisica/atletica. Sono arrivata a questa conclusione considerando alcuni fattori:

I giocatori che militano in campionati esteri giocano (in media) praticamente sempre 80 minuti in nazionale, a meno di infortuni o acciacchi pregressi.
– A livello di movimento rugbistico professionistico, l’Italia è indietro rispetto ad altre nazioni. Questo significa che i preparatori e gli allenatori hanno più necessità di concentrarsi sugli aspetti squisitamente tecnici, tralasciando in parte l’aspetto meramente fisico/atletico.

E per finire, una domanda che continuo a farmi da tempo, e che probabilmente ha come risposta un secco “Non hai capito niente del rugby, tu”.
Che senso ha portare i nostri in palestra durante il ritiro della nazionale? A meno che non facciano cardio – e quindi non si dedichino alla pesistica in senso lato – non ne capisco il senso.

La fisicità – il tono e la definizione muscolare, per dirne due – si costruisce in itinere, durante gli allenamenti di routine, sessioni che in nazionale non credo possano essere definite tali. Se ragiono con gli strumenti cognitivi che ho a disposizione, il periodo di avvicinamento a un match del Sei Nazioni è considerato periodo di scarico, mentre l’attività in palestra è considerata carico, con le dovute proporzioni.
La settimana prima di un campionato o di una gara importante non ho MAI fatto pesi o palestra, proprio perché ero in scarico.

E capisco anche che i nostri vengano massaggiati anche più volte al giorno per togliere quello volgarmente chiamato acido lattico e affaticamento, ma non credo basti.
É come dire che se sei stressato, se dormi ti passa tutto. Ti passa la stanchezza, ma non lo stress.

Se qualcuno di voi sa darmi una spiegazione a queste dinamiche, mi lasci un commento. Mi piacerebbe capirne di più, e meglio. Grazie :)

PS: se volete avere una visione più tecnica e lucida dei problemi che ho accennato, sappiate che ci ha pensato Duccio Fumero nel suo Rugby1823.


I state it right away, just to be clear: we are everybody good at doing post-match reasonings as fans, perhaps without ever having set a foot on a green field, or without ever having been tackled. And without even a shred of academic qualification that affirms your deep knowledge of certain physical and sporting dynamics.

What I’m saying is the result of feelings that I caught talking with friends, reading the opinions of Internet users and fans and listening to journalists and athletes. I do not want to accuse anyone.

At the end of yesterday’s Ireland vs Italy match, captain Parisse said something that – again – worried me: “We gave up mentally.”
I do not understand that thing. Mind you, it’s not I cannot catch it, the fact is that I do not understand it, although all the empathy and fan dedication.
I do not think that our guys are lacking in incentives or motivation. The inexperience on international fields seems to me just a little excuse. And I have ever thought they were too hyped up from their good performance against England.

My mother uses to say that the Italians – all Italians, in any sport – always scared shitless every time they are under pressure and need a strong reaction. And 70% of the time she says it I have to agree with her. There are three possibilities:
– My mother brings bad luck.
– We have a cultural predisposition to emotional breakdowns.
– We are generally not prepared from the psychological point of view. Never. The times we react is all about luck, and it brings me back to the first point.

While I’m trying to figure out which of those three ideal type options is closer to reality, I have focused on a different concept: the Azzurri’s physical condition on the field. In fact, the most popular phrase I read around is: “All the Italian rugby teams that take part in international contexts hold only 40-50 minutes. Then break down physically and can not stand the whole game.

I state that I come from a sport where:
– Most of aerobic training were 3/5 km after Tuesdays’ gym session.
– The season consisted of two periods of agonistic activity (January indoors and outdoors from May to September) for which the calculation of the peak shape was made by  rational planning in August.
– The general physical preparation took place in August and it was planned to ensure the general maximum resistance until September.

I do not have a degree in physical education or in sports medicine, so my arguments are strongly influenced by personal experience.
If the whole of our italian teams can not consistently give 100% for 80 minutes, maybe there are issues on the fitness side. I came to this conclusion considering several factors:

– Players who are member of foreign teams play nearly 80 minutes with our national jersey, unless they get injured or got any previous ailments.
– Italy is lagging behind other countries concerning the level of the professional rugby movement. This means that coaches and strength and conditioning coaches need to focus more on purely technical aspects, leaving out part of the mere physical/athletic stuffs.

Ending this long post, there is a question that keeps coming on my mind and that probably gots that sentence as an answer: “You totally do not understand anything about rugby, you rugby moron”.
What sense does it make bringing the guys in the gym during their withdrawal with the national team? Unless they used to do cardio – and then they don’t weight training broadly speaking – I do not understand the meaning.

The physical stuffs – the tone and muscle definition, just for instance – gradually build up during the training routine sessions. I don’t think that we could call “training routine sections” the ones made during national withdrawal.
If I speak with the cognitive tools at my disposal, the run-up to a Six Nations match is considered as unloading period of training, while activities at the gym are considered as loading trainings, with proper proportions.
Personally, I’ve never done weight training or any gym the week before a championship or a big race, because I was on unloading time.

I also understand that the guys get treatments, therapies and massages several times a day to eliminate what we commonly known as lactic acid and muscle fatigue, but I do not think it is enough.
It’s like saying that if you’re stressed out, sleeping makes everything fixed out. You will get through the fatigue, but not the stress.

If any of you can give me an explanation about these dynamics, please leave me a comment. I’d like to get it right more and better. Thanks :)

Photo credit by Marco Turchetto
  • vanna

    …per me …la seconda che hai detto!
    abbiamo una predisposizione culturale al crollo emotivo…per cui non saremo mai pronti da un punto di vista psicologico ;D

    • EraniaPinnera

      Ciao Vanna,

      davvero la pensi così negativamente? Abbiamo proprio un problema così profondo che non si risolverà mai?

      Sarebbe davvero interessante conoscere la tua esperienza da giocatrice e da persona coinvolta nell’organizzazione/gestione di un club con tante categorie giovanili, anche per comprendere meglio se quello che hai detto, purtroppo, è la verità.

  • Karl

    …Ciao Vanna. Vorrei ricordarti che i Francesi, entrati nel torneo nel 1910, vinsero per la prima volta, in solitaria, nel 1959. Questo dice tutto sulle difficolta’ spico-fisiche del Sei Nazioni. E’ il Torneo che raggruppa le migliori squadre del nostro emisfero. Anche se il movimento sta crescendo, vedo molti piu’ bambini sui campi delle varie societa’ del trevigiano…ne passera’ di acqua sotto i ponti prima di vedere vittoriosa la nostra Italia. E profetizzo anche…sara’ un allenatore italiano che ci portera’ a vincere il Sei Nazioni…”il futuro non e’ scritto”…spero tanto di esserci quel giorno…Ciao e continua cosi’…

  • Bruno Giovetti

    La colpa è di Gianni Rivera e Gino Paoli….gli italiani sono talmente abituati ai colpi di genio (sapore di sale scritta in 3′) che fanno fatica a pensare che esiste la strada dell’organizzazione, del lavoro, del metodo. Sperano sempre nel Salvatore della patria e allora Mussolini, Berlusconi, Monti e Brunel…poi siccome manca metodo, organizzazione e ordine ognuno di quelli fa la solita fine, perchè si fa carico di imprese impossibili. Ogni tanto arrivano persone come Sacchi e Velasco che cambiano definitivamente il destino di uno sport e per me il rugby in questo momento ha bisogno di un riformatore. Il guaio è che questa mentalità è così radicata che inquiniamo anche la mentalità di Mallett che diventa difensivi sta, di Botes che se la fa sotto, di Parisse che si è fatto convincere che con un buon piano e una settimana di lavoro possiamo andare in Irlanda a vincere. Questi straordinari campioni stanno diventando carne da macello a causa di una struttura federale incapace di fare le cose come vanno fatte per un 6 nazioni. Io saprei come fare, ma ho già tentato con la FISI e mi sono rotto le corna! W l’Italia!

    • EraniaPinnera

      Ciao Bruno,

      ti ringrazio per il tuo commento anche perché hai citato un personaggio che secondo me ha fatto – in relativo silenzio – davvero la differenza nello sport italiano, e sto parlando di Julio Velasco.

      Se avessimo un Julio Velasco in ogni disciplina supereremmo Cina, Russia e Stati Uniti in tutti i medaglieri di tutte le gare mondiali e olimpiche!
      Io sono una metodista convinta in tutte le cose: non credo che a Brunel manchi il metodo, credo che gli manchi solo un po’ di collaborazione in senso lato.
      E agli italiani manca in generale il metodo, come accennavi tu.

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