WordCamp Milano 2016 is over! [Pics inside]

It’s the day after WordCamp Milano, and I can’t be more proud of the Italian WordPress community growing so fast and healthy.WordCamp Milano, WCMIL, WordPress community, Stef Mattana, Giustino Borzacchiello

 

It’s been a crazy ride. All the organisers were kind of first-timers so they had to face a lot of troubles, going out of their comfort zone and wrangle the event. And eventually they made it! W00t!

After all, everything went through okay and people loved the conference, the talks, the vibes.

WCMilano 2016 - Organizers

WCMilano 2016 - Organizers

More photos of the conference and the Contributor Day can be found in Maurizio Melandri‘s Flickr account as well as Mauricio Gelves! Here are the URLs:

WordCamp Milano Contributor Day by Mauricio Gelves

Organiser’s pics by Mauricio Gelves

WordCamp Milano Album by Maurizio Melandri

Track 1 by Mauricio Gelves

– More WordCamp Milano photos by Mauricio Gelves

Thanks everyone who’s making this happen every day with love, passion and constance. 👏🙌🏻🇮🇹

Taken at Università Milano Bicocca

More stories and pics on my Instagram account too!

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Buon viaggio, Giuseppe / Goodbye, Giuseppe

L’hanno trovato. E l’hanno riconosciuto. Lui già riposava, sotto il mare, da quella maledetta notte del 13 gennaio. Solo che noi non lo sapevamo, che lui era lì.
Giuseppe Girolamo è stato identificato i giorni scorsi, assieme ad altri 6 corpi dispersi nella pancia della Costa Concordia. Con Giuseppe, hanno perso tremendamente la vita anche una bambina di 5 anni e altre 4 persone. Erano mogli, sorelle, padri, amici. E anche Giuseppe era un amico.

É una notizia confortante, nella tragedia che ha travolto la sua famiglia e le persone che gli volevano bene. Finalmente, dopo 4 mesi, la mamma di Giuseppe ha trovato un posto dove piangere il suo figlio sfortunato, che ha dato la vita per salvare un bambino.

Questo post lo scrivo con lo stomaco, senza parole, perché è difficile salutare per sempre un amico. E parole non ce ne sono mai abbastanza.
Alessandro, un nostro amico in comune, ha scritto su Facebook: “Penso che meriti almeno di riposare nella sua terra, accanto ai suoi familiari, nella pace più assoluta. […] Porterò per sempre il suo ricordo, spero che possiate farlo anche voi.

Il nostro maestro di chitarra, Gianluca Verrengia, lo ricorda così: “Nella più profonda tristezza ed amarezza, almeno un pizzico di luce c’è, in questa storia. Spesso mi tornano in mente dei lampi dei nostri incontri didattici con Giuseppe: ogni volta che riascolto dei brani dei Laboratori di Musica d’insieme il pensiero va a lui e a tutta quella bella energia che insieme a tutti voi si creava. […] Lasciamo che Giuseppe ci venga a trovare ogni giorno nei nostri piccoli gesti quotidiani… Sono sicuro che lui sa quando lo pensiamo!

Mi affido alle parole di Alessandro e Gianluca, per salutare Giuseppe.
E dovunque Giuseppe sia, qualunque viaggio stia compiendo adesso, spero che abbia sentito anche il saluto dei suoi idoli. I nostri idoli.
Ciao, Giuseppe. Lo Spirito va avanti.


They finally found him. And they identified him. He was already resting, under the sea, from that damned night of Jan 13. He was there, We just didn’t know it, we were still hoping. Giuseppe Girolamo has been identified few days ago, along with other 6 bodies missed in the belly of the Costa Concordia cruise. A 5-years-old girl and other 4 people lost their lives with Giuseppe. They were wives, sisters, fathers, friends. And Giuseppe was a good friend too.

It is kind a comforting news, among the tragedy that has literally swallowed up his family and people who loved him. Finally, after 4 months, Giuseppe’s mother has found a place where mourn for his unfortunate son, who gave his life to save a kid.

I’m writing this post with the stomach – as we usually say in Italy – without any words, because it is always hard saying goodbye to a friend.
Alessandro, one of our mutual friend, wrote on Facebook : “I think he deserves to rest at least in his own land, next to his family, in absolute peace. […] I will cherish his memory forever, I hope everybody can do you too.

Our guitar teacher, Gianluca Verrengia, remembers him thus: “Among the deepest sorrow and bitterness, there is at least a bit of light. I often flash about our instrumental lessons with Giuseppe: every time I listen to the tracks recorded during our Ensemble Music Lessons, my thoughts go to him and all that good energy that he used to create with you all. […] Let Giuseppe call on us every day in our small daily actions… I’m sure he knows when we are thinking of him!

I commend myself to Alessandro and Gianluca’s words to farewell Giuseppe.
Wherever Giuseppe is now, whatever kind of journey is doing right now, I hope he has heard the greetings of his idols. Our idols.
Goodbye, Giuseppe. The Spirit carries on.

Malasanità, le e-mail dei lettori / Medical malpractice, the e-mails from the readers

Queque at the hospital. Again. Oh my.

Ricevo ogni giorno almeno due e-mail (grazie mille a tutti, e non dimenticatevi che ci sono anche i commenti sotto ogni post! :D) e ho deciso di mostrarvene due che riguardano la faccenda della malasanità che ho trattato in un post precedente.

La prima storia (ovviamente la riporto in forma anonima) racconta di una giovane donna afflitta da qualcosa di misterioso e non diagnosticato. Fortunatamente, il tutto si è poi concluso bene.

“Mia sorella ha cominciato a star male il 4 novembre, accusando un pesante malessere e  febbre che non accennavano ad andarsene via, nonostante medicinali vari. La portiamo al pronto soccorso del [nome ospedale di Roma] due volte, per le stesse volte la riportiamo a casa nonostante i sintomi. La situazione peggiora e dobbiamo portarla al [altro nome di un ospedale romano].

Qui la tengono 6 giorni nel reparto di Medicina, ma siccome alla caposala serviva un letto, la mandano direttamente a casa appena sembra migliorare, nonostante ci fossero ancora dei dubbi da risolvere. Dopo qualche giorno, altro peggioramento della malattia e si torna in ospedale – il secondo citato.

Stavolta la trattengono per un mese intero. Una f****** eternità.
In questa eternità sono state ventilate diverse ipotesi di malattie: dalla celiachia al diabete, morbo di Crohn ed enterocolite inclusa.

Alla fine, nonostante tutte le analisi negative, non si sa ancora di preciso cosa possa avere avuto. Potrebbe esser stata una semplice infiammazione intestinale curata male e poi sfociata nella forte infezione, che ora sembra debellata quasi del tutto. A parte gli esami del sangue che dovrà fare in futuro, sembra che stia meglio. Sempre affannata per colpa del mese ininterrotto di antibiotici, ma riprenderà le forze presto.”

La seconda mail è piena di rabbia, ma come dare torto a chi l’ha scritta?
“In ospedale ne ho viste di tutti i colori. Quando, per esempio, il mio fratellone ha avuto 2 ulcere e al pronto soccorso non l’hanno voluto trattenere per ben 2 volte nonostante vomitasse sangue (hanno avuto l’accortezza di trattenerlo solo quando è successo davanti a loro). Hanno ritenuto una gastroscopia “non urgente” finché è quasi andato in coma; non si svegliava dopo ore dall’anestesia e nessuno faceva niente (finché è arrivata un’anestesista giovanissima e dopo aver sentito cos’è successo ha capito che era in pre-coma epatico, intossicato dall’ammonio). Intubato e poi trasportato di corsa in un altro ospedale, lo hanno messo in rianimazione e coma farmacologico finché l’hanno finalmente acchiappato per i capelli. Un incubo. Per fortuna ci sono anche medici competenti, ma per sfortuna nostra bisogna avere il culo di beccarli!”

E secondo voi, l’ultima frase di questa e-mail è davvero qualcosa che si può sentire in una nazione “avanzata” come la nostra?


I’m receiving a couple of e-mails everyday (thank you so much everybody for that!), then I decide to show you some of them concerning the medical malpractice I mentioned on this blog. The first story is about a young lady who has suffered from something mysterious and not diagnosed, which luckily has turned into a happy ending.

“My sister began to feel ill on November 4th accusing illness, malaise and fever. […]
No sign to go away despite various medicines, so we go to [name of the hospital in Rome]’s emergency room. We go twice and for the same time we back home despite the symptoms. When the situation worsens we take her to the [another hospital in Rome].

She is hospitalized into the department of Medicine and stays here for 6 days. Since the charge nurse needs a bed, they send her home as soon as she seems improved, although there are still some doubts to be resolved. A few days later, another breakdown of the disease and she has to return to the hospital – the second mentioned.

They keep her hospitalized into the department for a month. A f****** eternity.
During this eternity they have been floated several diseases hypothesis: from celiac disease to diabetes, Crohn’s disease and enterocolitis included.

In the end, it is not known what exactly she might have had, despite all the negative analysis. It may have been a simple intestinal inflammation treated badly and then resulted in the strong infection.
Now it seems almost entirely eradicated, by the way. Apart from blood tests that will do in the future, it seems to be better. She is still out of breath because of the uninterrupted months of antibiotics, but she is resuming the forces.”

The second mail is full of angry, but how could I blame the author?

“I saw all sorts at the hospitals. When my brother got 2 ulcers, the emergency room didn’t want to hospitalize my brother for 2 times, even he was vomiting blood.  He didn’t have any gastroscopy because the doctors thought it could be”not urgent”… Until he is almost gone into a coma. My brother was not waking up from anesthesia after hours and nobody did anything (the ammonium was poisoning him). A young female doctor decided to intubate him, so we rushed to another hospital where the intensive care staff  put him in an induced coma until they finally brought him back from the brink.
Such a nightmare. Fortunately there are competent doctors too, but unfortunately we must be lucky enough to catch them!

According to you, is the last statement of this e-mail something you can hear in an “advanced” country as ours is supposed to be?

 Photo credit by Rachel Moore

Sei Nazioni 2012, lo schiaffo all’Italia (e qualche domanda) / RBS Six Nations, the Italian big smack (and some questions)

Even Top-Class players want to cry sometimes. But they can't.

Lo specifico subito, tanto per essere chiari: siamo tutti bravi, da tifosi, a fare i ragionamenti del post partita, senza magari mai avere messo piede in un campo verde e senza mai aver subito un placcaggio. E senza avere nemmeno uno straccio di titolo di studio che affermi la tua profonda conoscenza di certe dinamiche fisiche e sportive.

Quello che sto per dire è frutto delle sensazioni che ho colto parlando con gli amici, leggendo su internet i pareri di utenti e tifosi e ascoltando giornalisti e atleti. Non voglio accusare nessuno.

A termine del match di ieri dell’Italia contro l’Irlanda, capitan Parisse ha dichiarato una cosa che – di nuovo – mi ha preoccupato: “Abbiamo mollato psicologicamente”.
É una cosa che non capisco. Badate bene, non è che non la comprenda, è proprio che non la capisco, con tutta l’empatia e la passione del tifoso.
Non credo che ai ragazzi manchino gli stimoli o le motivazioni. L’inesperienza sui campi internazionali mi sembra solo una piccola giustificazione. E non credo nemmeno che i nostri fossero troppo gasati dalla buona prestazione contro l’Inghilterra.

Mia madre sostiene da anni che gli italiani – tutti gli italiani, di qualsiasi sport – nei momenti topici e quando c’è bisogno di una forte reazione di carattere se la fanno sotto. E il 70% delle volte che lo dice, poi, le devo dare ragione. I casi sono tre:
– Mia madre porta sfiga.
– Abbiamo una predisposizione culturale al crollo emotivo.
– Non siamo in generale preparati dal punto di vista psicologico. Mai. Le volte che reagiamo è fortuna, e la cosa mi riporta al primo punto.

Mentre cerco di capire quale delle tre opzioni idealtipiche si avvicina di più alla realtà, mi sono soffermata su un altro concetto: la tenuta fisica dei giocatori in campo. Infatti, la frase più gettonata che ho letto in giro è: “Tutte le squadre italiane di rugby che militano in contesti internazionali reggono solo 40-50 minuti. Poi crollano fisicamente e non tengono per l’intera partita“.

Premetto che vengo da uno sport dove:
– Il massimo dell’allenamento aerobico erano 3/5 km dopo la sessione di palestra del martedì.
– La stagione agonistica prevedeva due periodi di attività agonistica (gennaio indoor e da maggio a settembre outdoor) per cui il calcolo dei picchi di forma veniva fatto in base a una programmazione ragionata ad agosto.
– La preparazione fisica generale avveniva proprio ad agosto e doveva garantire la massima tenuta generale fino a settembre.

Io non ho una laurea in scienze motorie né in medicina dello sport, per cui i miei ragionamenti sono fortemente condizionati dall’esperienza personale.
Se tutte le nostre squadre non riescono sistematicamente a dare il 100% per 80 minuti, forse c’è un problema di fondo sul lato della preparazione fisica/atletica. Sono arrivata a questa conclusione considerando alcuni fattori:

I giocatori che militano in campionati esteri giocano (in media) praticamente sempre 80 minuti in nazionale, a meno di infortuni o acciacchi pregressi.
– A livello di movimento rugbistico professionistico, l’Italia è indietro rispetto ad altre nazioni. Questo significa che i preparatori e gli allenatori hanno più necessità di concentrarsi sugli aspetti squisitamente tecnici, tralasciando in parte l’aspetto meramente fisico/atletico.

E per finire, una domanda che continuo a farmi da tempo, e che probabilmente ha come risposta un secco “Non hai capito niente del rugby, tu”.
Che senso ha portare i nostri in palestra durante il ritiro della nazionale? A meno che non facciano cardio – e quindi non si dedichino alla pesistica in senso lato – non ne capisco il senso.

La fisicità – il tono e la definizione muscolare, per dirne due – si costruisce in itinere, durante gli allenamenti di routine, sessioni che in nazionale non credo possano essere definite tali. Se ragiono con gli strumenti cognitivi che ho a disposizione, il periodo di avvicinamento a un match del Sei Nazioni è considerato periodo di scarico, mentre l’attività in palestra è considerata carico, con le dovute proporzioni.
La settimana prima di un campionato o di una gara importante non ho MAI fatto pesi o palestra, proprio perché ero in scarico.

E capisco anche che i nostri vengano massaggiati anche più volte al giorno per togliere quello volgarmente chiamato acido lattico e affaticamento, ma non credo basti.
É come dire che se sei stressato, se dormi ti passa tutto. Ti passa la stanchezza, ma non lo stress.

Se qualcuno di voi sa darmi una spiegazione a queste dinamiche, mi lasci un commento. Mi piacerebbe capirne di più, e meglio. Grazie :)

PS: se volete avere una visione più tecnica e lucida dei problemi che ho accennato, sappiate che ci ha pensato Duccio Fumero nel suo Rugby1823.


I state it right away, just to be clear: we are everybody good at doing post-match reasonings as fans, perhaps without ever having set a foot on a green field, or without ever having been tackled. And without even a shred of academic qualification that affirms your deep knowledge of certain physical and sporting dynamics.

What I’m saying is the result of feelings that I caught talking with friends, reading the opinions of Internet users and fans and listening to journalists and athletes. I do not want to accuse anyone.

At the end of yesterday’s Ireland vs Italy match, captain Parisse said something that – again – worried me: “We gave up mentally.”
I do not understand that thing. Mind you, it’s not I cannot catch it, the fact is that I do not understand it, although all the empathy and fan dedication.
I do not think that our guys are lacking in incentives or motivation. The inexperience on international fields seems to me just a little excuse. And I have ever thought they were too hyped up from their good performance against England.

My mother uses to say that the Italians – all Italians, in any sport – always scared shitless every time they are under pressure and need a strong reaction. And 70% of the time she says it I have to agree with her. There are three possibilities:
– My mother brings bad luck.
– We have a cultural predisposition to emotional breakdowns.
– We are generally not prepared from the psychological point of view. Never. The times we react is all about luck, and it brings me back to the first point.

While I’m trying to figure out which of those three ideal type options is closer to reality, I have focused on a different concept: the Azzurri’s physical condition on the field. In fact, the most popular phrase I read around is: “All the Italian rugby teams that take part in international contexts hold only 40-50 minutes. Then break down physically and can not stand the whole game.

I state that I come from a sport where:
– Most of aerobic training were 3/5 km after Tuesdays’ gym session.
– The season consisted of two periods of agonistic activity (January indoors and outdoors from May to September) for which the calculation of the peak shape was made by  rational planning in August.
– The general physical preparation took place in August and it was planned to ensure the general maximum resistance until September.

I do not have a degree in physical education or in sports medicine, so my arguments are strongly influenced by personal experience.
If the whole of our italian teams can not consistently give 100% for 80 minutes, maybe there are issues on the fitness side. I came to this conclusion considering several factors:

– Players who are member of foreign teams play nearly 80 minutes with our national jersey, unless they get injured or got any previous ailments.
– Italy is lagging behind other countries concerning the level of the professional rugby movement. This means that coaches and strength and conditioning coaches need to focus more on purely technical aspects, leaving out part of the mere physical/athletic stuffs.

Ending this long post, there is a question that keeps coming on my mind and that probably gots that sentence as an answer: “You totally do not understand anything about rugby, you rugby moron”.
What sense does it make bringing the guys in the gym during their withdrawal with the national team? Unless they used to do cardio – and then they don’t weight training broadly speaking – I do not understand the meaning.

The physical stuffs – the tone and muscle definition, just for instance – gradually build up during the training routine sessions. I don’t think that we could call “training routine sections” the ones made during national withdrawal.
If I speak with the cognitive tools at my disposal, the run-up to a Six Nations match is considered as unloading period of training, while activities at the gym are considered as loading trainings, with proper proportions.
Personally, I’ve never done weight training or any gym the week before a championship or a big race, because I was on unloading time.

I also understand that the guys get treatments, therapies and massages several times a day to eliminate what we commonly known as lactic acid and muscle fatigue, but I do not think it is enough.
It’s like saying that if you’re stressed out, sleeping makes everything fixed out. You will get through the fatigue, but not the stress.

If any of you can give me an explanation about these dynamics, please leave me a comment. I’d like to get it right more and better. Thanks :)

Photo credit by Marco Turchetto

Malasanità a Roma, la mia esperienza / Medical malpractice in Rome, my experience

Should I take the number to be visited?

É di questi giorni la notizia di una serie di gravissimi episodi di malasanità scoperti quasi per caso in alcuni reparti di pronto soccorso di Roma.
Un blitz degli organi di governo ha portato alla luce le drammatiche condizioni di degenza di diversi pazienti – molti in condizioni critiche – che giacevano senza assistenza da parecchio tempo nei corridoi del pronto soccorso.
Ma il pronto soccorso non era, un tempo, una delle principali porte di accesso all’ospedale, e che a rigore di logica dovrebbe essere quindi uno dei canali più funzionali dell’intero comparto sanitario?

Il simbolo di questo scandalo è stata una povera donna in coma, tenuta in standby su una barella nell’andito del pronto soccorso, legata con delle lenzuola per non cadere. É rimasta in quelle condizioni per quattro giorni. Quattro, lunghissimi giorni.

Non voglio farla semplice, né fare il grillo parlante e dire che questa situazione era ben nota da anni sia al personale sanitario che ai romani stessi, ma vorrei raccontarvi quello che mi è accaduto personalmente le due volte che ho avuto bisogno di un ospedale a Roma. Badate bene, non sono mai stata in pericolo di morte nè sono andata al pronto soccorso per motivi gravi.
Purtroppo ho dei cari amici che hanno subito sulla loro pelle – e su quella dei loro familiari – trattamenti ben più duri ed eclatanti di quelli che vi sto per raccontare brevemente io, ma dato che voglio tanto bene a queste persone, preferisco che al limite raccontino loro stessi queste esperienze – se mai lo faranno su queste pagine o altrove – perché non voglio risvegliare in loro brutti ricordi.

2006. Qualche mese prima che mi laureassi, ho avuto un violento rash cutaneo. Ho iniziato a riempirmi di macchie rosse e pruriginose un po’ in tutto il corpo, ma senza febbre. All’inizio ho pensato a un’eczema, ma dato che ero un po’ raffreddata, mio padre – che è un medico, ma abita a 7 ore di nave da Roma – mi ha consigliato di andare al pronto soccorso.
Lui non mi aveva anticipato nulla per paura che mi spaventassi, ma aveva il sospetto che si trattasse di una forma di scarlattina. Se non lo sapete, la scarlattina è una malattia  contagiosa che a volte può essere anche molto pericolosa.

Mi sono fatta accompagnare da due amiche al pronto soccorso del policlinico universitario, di buon mattino. A ragionamento, i medici e gli infermieri del triage avrebbero dovuto pensare alla stessa diagnosi di mio padre – gli avevo inviato delle fotografie per mostrargli lo sfogo.
Mi hanno detto che non sapevano cosa potesse essere, e che se non vomitavo non mi dovevo preoccupare. Hanno poi aggiunto che mi avrebbe dovuto visitare un dermatologo e che quindi per la visita avrei dovuto aspettare lì, in pronto soccorso, senza allontanarmi mai per non perdere la priorità.
Tempo di attesa? Dalle 8 alle 10 ore. Se mi andava bene, mi avrebbero visitato alle 17, se mi andava male alle 20. Non male, per una sospetta scarlattina, ma mi piace pensare che avessero già capito che si trattava di una forma di febbre da stress che poi mi è passata in un mese.

2010. Mi sono fratturata il mignolo della mano destra – potete ridere – giocando con la Wii. Nonostante facesse un male cane e avessi provato a sopportare il dolore, alla fine il mio ragazzo mi ha trascinata al pronto soccorso dell’ospedale più vicino a casa sua. Ho aspettato due lunghe, dolorose, stressanti ore prima di vedere all’orizzonte qualche dottore. Una volta conquistata la sala visite, il dottore si è congratulato con me per il mio bendaggio fai-da-te fatto con le stecche dei gelati. E basta. Nient’altro. Mi ha prescritto delle lastre e mi ha accompagnato di nuovo in sala d’attesa, dove ho atteso un altro bel po’ di tempo senza nemmeno un antidolorifico. Alla fine, il mio ragazzo ha deciso che ne aveva di nuovo abbastanza e mi ha portato in un altro ospedale, dove finalmente le persone si sono rivelate veloci e professionali. Si è poi scoperto che il dito era rotto in due punti, per quello che mi faceva così male.

Non posso immaginare in quali condizioni le persone vivano tutti i giorni le loro degenze in ospedale, proprio in virtù delle mie piccole esperienze nei pronto soccorso della capitale.
É vero che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma se il trattamento riservato al mio codice bianco/verde fosse davvero lo stesso riservato anche ai casi più gravi?


There is a news here in Italy which is lately hitting the headlines. It talks about a couple of serious medical malpractice episodes discovered by accident in some emergency departments in Rome. A blitz by government controlling bodies has brought to light the dramatic confinement conditions of many patients – most of them in critical condition – who were lying unattended for a long time in the corridors of these emergency rooms.

The symbol of this scandal was a poor woman in a coma, kept on standby mode on a cold stretcher in the passage of the emergency room, and tied with sheets to avoid falling. She remained in that condition for four days. Four long days.

I do not want to make it too simple, or the Jiminy Cricket neither assuming that this situation was well known for years by the medical staff and the Romans citizens too, but I’m going to tell you what happened to me personally the two times I needed a hospital in Rome. Mind you, I have never been in danger of death and I have never gone to the emergency room for serious reasons. Unfortunately, I know dear friends of mine who have suffered on their skin – and on their loved ones – far more harsh and dramatic treatments than the ones I’m going to tell you briefly. But since I really care and respect of these people I preferred not to ask them about their painful memories and go ahead with my experience.

2006. Few months before I got graduated, I had a huge cutaneous rash. The skin has started to fill up with itchy red spots all over the body, but without any fever. At first I thought it was an eczema, but since I had a little cold, my father – who is a doctor, but lives to 7 hours by boat from Rome – advised me to go to the emergency room.
He did not anticipated anything about his thoughts for fear that I got frightened, but he suspected that it was a form of scarlet fever. If you do not know, scarlet fever is a highly contagious disease that can sometimes be very dangerous.

Two friends of mine took me to the University Hospital Emergency Department. It was early in the morning. For logical reasons, at the triage the doctors and nurses should think of my father’s same diagnosis – I  sent him some pics to show him the rash.
They told me they did not know what it could be, and that I should not be worried unless I didn’t start vomiting.  They then added that I should be visited by dermatologist, so I had to wait for a visit there in the emergency room, without going anywhere to not lose my priority.
The waiting time? From 8 to 10 hours. That meant that in good times I would be visited at 17,00, in bad times at 20,00. Not bad for a suspected scarlet fever, but I like to think that they had already realized that it was a form of stress fever that gone in a month.

2010. I broke the pinky finger on my right hand – you can laugh at it – playing Wii. It was hurting as hell, although I hold on for a week, at last my fiancee dragged me to the hospital, the closer one to his house. I waited two long, painful, stressing hours before seeing any doctor. Once I reached the visit room, the doctor congratulated me on my homemade bandage created with ice-cream sticks. Stop. Nothing more. He prescribed me x-rays and led me into the waiting room again. Then I waited there a while without any painkiller until my fiancee has had enough of it. He took me in another hospital, where people were quicker and more professional. It turned out that my finger was broken in two different parts, so I figured out why it hurt so much.

I can’t imagine in what kind of conditions people actually live the public hospitals in Rome. You can not put everyone into the same basket, but if my experience reflects the treatments given to white/green cases, I really don’t want to figure what is the treatment for the serious ones.

 Photo credit by Rachel Moore