Monday Gym Soreness

I very recently moved to Reading from London (more details may come soon), therefore I left my old gym to join a new one – BuzzGym. Well, I have to say that the change of scenario kind of refreshed my motivations. As I have no specific goals – I still can’t run on tracks, I don’t want to do any bikini or body building competitions or any other kind of competitions, sometimes I’m afraid that at some point I’ll lose my motivation when lifting weights.

Monday gym soreness, gym soreness meme

And then the Monday gym soreness starts and I feel better. The best way to kick off the week is to live with gym soreness! When you’ve lived with chronic pain for 4 years it’s so rewarding and relieving waking up and feeling the so-called ‘good pain’ :)

Your body always speaks to you. With the chronic pain it told me something was very wrong with me, but today it’s only saying it’s happy to improving its range day by day!

BuzzGym is a very cool place. I haven’t found my ‘spaces’ yet, but I’m confident that it’s only a matter of time. I am so get used to my training habits and circuits at my old gym that I feel a bit lost now in such a big gym floor with a number of new and awesome machines, and many more people attending.

Have a wonderful Monday gym soreness everyone!💪🏻

Taken at BuzzGym
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12 consigli per combattere gli infortuni / 12 tips to fight injury

12 tips to fight injury

Alcuni dei miei affezionati lettori conoscono bene la mia storia sportiva: lo sport fa parte di me da quando stavo sul girello e anziché imparare a camminare, ho imparato prima a correre.
Quando ero giovane e scattante ho provato un sacco di sport, perché è giusto così: dalla pallacanestro (sì, anche se sono alta un metro e dieci) al tennis e al calcio, per dirne un paio. E poi ho incontrato il mio grande amore, l’atletica leggera. E il rugby, ovviamente.

Lo scorso autunno ho deciso di provare la palestra, ma per tante ragioni – che mi dispiacerebbe mettere in piazza senza altrui diritti di replica – qualcosa è andato storto. Forse anche a causa dell’eccessivo stress psicologico, a fine maggio 2011 sono andata in overtraining. Ossia iper-allenamento, uno stato fisico e mentale che non augurerei nemmeno alla mia nemesi. Questo mi ha causato una pubalgia che si è cronicizzata, interessando l’ileopsoas e il retto addominale. Ho anche vinto il premio come una delle poche donne in Europa che si è beccata la pubalgia senza giocare a calcio dal 1998.

Avere la pubalgia è un’esperienza terribile e dolorosa, che ti sfianca anche sul lato mentale, perché il dolore non ti abbandona MAI.
Dopo questo lungo preambolo, posso finalmente affermare che sono ufficialmente in via di lento recupero fisico. Posso dire che quest’ultimo anno mi ha davvero provato sotto tutti i fronti, e che non ce l’avrei mai fatta senza alcune soluzioni e  aspetti nuovi nello stile di vita che mi piacerebbe condividere con voi e con altri infortunati a lungo termine come me.

1- Guardare lo sport in tv: masochismo? Forse a prima vista, ma è un ottimo modo per conservare intatta l’identità sport/divertimento.
2- Non piangere/Non disperarsi: anche quando il dolore pulsa più forte e senza sosta, o quando pensate che non ce la fate più. La depressione non è la soluzione.
3- Non maledire il giorno/le circostanze/le persone cause dell’infortunio: è tutta energia negativa. Circondatevi da energia positiva, la vita migliora. Sempre.
4- Studiare una nuova lingua/uno strumento musicale: vi apriranno la mente. E uccideranno la noia.
5- Trovare un hobby: leggete, giocate coi Lego o con i videogiochi, fate le parole crociate, fate a maglia, pescate. Basta che teniate la mente occupata.
6- Non contare i giorni che vi separano dalla prossima visita medica: è stressante e non vi aiuterà in nessun modo.
7- Non pensare che la fisioterapia farà miracoli in 12 ore: anche le terapie con le macchine hanno bisogno di tempo per agire. Abbiate pazienza, fidatevi del vostro terapista e credete nella medicina dello sport.
8- Parlare delle vostre sensazioni a qualcuno che vi capisce: sapete che siete fortunati a non avere il cancro o altre malattie mortali e terribili, ma nel vostro piccolo anche voi state male. Parlate di questa profonda frustrazione con un amico, il partner, i parenti, il vostro cane o gatto. Sono certa che vi faranno sentire meglio.
9- Se lo stato fisico lo permette, provare qualcosa di sportivo, ma diametralmente opposto alla quotidianità: spero di saper spiegare bene il concetto. Se non siete in grado di praticare sport, provate qualcos’altro che vi permetta un minimo di movimento. Io ho provato “Just Dance” sulla Wii, per esempio. Una cosa inguardabile, ma soddisfacente dal punto di vista emotivo.
10- Trovare un modo per rilassarsi: grazie al mio fisioterapista Giambattista ho scoperto che rilassarsi è la chiave per godersi la vita. Ho introdotto degli esercizi di yoga e respirazione nella mia routine quotidiana. Scarico le energie in surplus, e funziona tutto a meraviglia.
11- Non avere paura di ingrassare: se il vostro fisico è ben allenato, non diventerete delle palle di lardo nel giro di un anno. Ovviamente, non mangiate come maialetti, ma non dovete rinunciare ai piaceri della tavola. Il vostro infortunio non è una punizione, e io ci ho messo un sacco di tempo a capirlo.
12- Non avere fretta: il vostro corpo ha bisogno di riposo. Se gli mettete pressione, non vi riprenderete mai.

Spero che questi “consigli” vi siano utili. Se avete qualcosa da aggiungere, lasciate un commento: i vostri consigli sono preziosi!


Some of my readers know my sport history very well: I’ve always played sports since I learnt to walk – and to run of course.
When I was younger I tried several sports included basketball (yes, even if I look like a tiny squirrel), tennis, football, then I met athletics – which is my first-unique-love – and rugby. I went to the gym to keep me in shape last autumn but something went wrong. Maybe because of too much stress – both psychological and physical – at the end of May 2011 I got overtrained and it caused a chronic osteitis pubis, an inflammation of the pubic bones which is very rare in females (of course). And really, really painful.

Today I venture to say that I’m going to recover from it, and it’s been a long long time since I felt that awful pain on my adductor. I can state I passed through very tough times, and I could not get through them without some changes and state of mind I would like to share with other long term injured people like me. Here are my 12 tips to fight injury, hope they’re useful.

1- Watch sport on tv: it could be backfire at the first sight, but it’s a good way to keep in touch with fun.
2- Do not cry/do not lose heart: even when the pain doesn’t want to leave you, or when you think you can’t take it anymore. Black dog is not the solution.
3- Do not curse the day/the circumstances/the person which caused your injury: it’s a matter of negative energy.  Your lifetime can only get better if you are surrounded by positive energy.
4- Start studying a new language/learn a musical instrument to play: they could open your wise mind, believe me.
5- Play videogames/find a new hobby: read, play Lego, doing crosswords, do knitting, fishing, it doesn’t matter. Just do a thing you like and keep you mind busy.
6- Do not count the days that separate you from the next medical examination: it’s only stressing and it doesn’t help you in any way.
7- Do not think that physiotherapy will work miracles in 12 hours: even the machines/devices therapies need time to act. Be patience, trust your physiotherapist and believe in sports medicine.
8- Talk about your feelings with someone that understand you: you know you luckily don’t have cancer or other terrible life-threatening disease, but you are suffering anyway. Talk about your frustration with a friend, a relative, a fiancee, your pet. I’m sure he/she/it will make you feel better.
9- If your body allow you, try something similar to sport, but diametrically opposite: I hope to explain well this concept. If you are unable to play sports, just find something else which allows you to make a little motion. I tried Wii’s Just Dance for example, and it was pretty satisfying.
10- Find a way to relax: thank to my physiotherapist Giambattista, I figured out that relaxing is one key to enjoying life. I introduce a couple of yoga exercises in my daily routine and I’m experiencing the huge universe of meditation. They actually work great.
11- Do not be afraid of being fat: if your body is well-trained, it won’t get fat within a year. Obviously don’t eat like pigs, but do not give up the pleasures of the table. Your injury is not a punishment.
12- Do not be in hurry: your body needs rest. If you rush it, it won’t never get well.

I hope that they could be helpful. If you have any suggestions to add into my list please let me know, it surely could be worthy!

Photo credit by Sean Dreilinger

Castrogiovanni: don’t try this at home

And not at rugby fields too!

Ieri, entrando all’Olimpico, ho sentito una cosa che mi ha fatto molto pensare. Un ragazzino diceva a un altro amico: “Anche io vojo fa’ come Castro… Grande Castro, s’è rotto ‘na costola e sta già dellà a gioca’! Grandissimo Castro!”

Quello che è ovvio, ma che non è mai troppo ovvio, è quel messaggio che tutti hanno dato per scontato e che non è stato passato dai media. Grazie anche alle spiacevoli uscite come quelle di Cuttitta, che per quanto mi riguarda lasciano il tempo che trovano: quello del pre-partita.

Martin Castrogiovanni è un eroe, il Man of the Match di una partita – quella tra Italia e Scozia – che si doveva vincere. Castro è tornato in campo a meno di un mese dalla frattura di una costola. Un grande, come diceva quel ragazzo allo stadio, un eroe, come sempre lo è chi non si risparmia mai, chi entra in campo e dà tutto quello che può dare, in nome della maglia che indossa, della passione per questo sport, dei tifosi.

Però mi sento in dovere di aggiungere una ovvia postilla a tutto questo. Perché se è vero che Castro è un numero uno anche per il suo attaccamento alla maglia e al rugby, è anche vero che dietro a ogni eroe c’è sempre un Robin, come per Batman.

Castro non era solo nella sua lotta contro il tempo e l’infortunio. Ha a fianco a sé un gruppo di fisioterapisti, preparatori atletici, medici e massaggiatori che hanno permesso il suo fulmineo ritorno alle gare, sebbene incerottato e non al massimo della forma. Ecco, è davvero scontato ricordare i nomi e i ruoli di chi lavora dietro le quinte? Io credo di no, perché dietro il Anche io vojo fa’ come Castro si nasconde il pericolo. Come sentire il dolore e resistergli, per emulare il proprio idolo ed essere come lui.

I comportamenti e gli esempi come quello che Castro mi presta in questa considerazione sono certamente da lodare, ma con le ovvie postille a piè di pagina, imprescindibili come le clausole dei contratti.
Il mio allenatore diceva sempre: nel dubbio, riposa. Soprattutto se non hai un Robin che ti protegge e ti aiuta a rimanere un eroe. E qualche volta ti salva le chiappe.


Yesterday morning I heard something that made me think a lot while entering the Olimpico Stadium. A boy said to a friend: “I wanna be like Castro too… Good job Castro, he broke a rib and he is already playing on the field! Bring it on, great Castro!”
The obvious thing, that is never too obvious, is the message not taken for granted and  not well get through by media.

Martin Castrogiovanni is a hero, the Man of the Match of a gameItaly vs. Scotland – that Italy must win. He is back on the field in less than a month after breaking a rib.
Castro is really a top class player, like that guy said at the stadium. He is a hero as everyone uses to not spare himself, like everyone enters the field and gives all he can give in the name of the jersey he wears, the passion for this sport and the fans.

But I feel duty bound to add a footnote to all this obviousness. Because if it is true that Castro is a number one also due to his devotion to the jersey and rugby, it is also true that there is always a Robin behind a Batman.

Castro has not been alone during his struggle against time and the injury. He has a group of physiotherapists, strength and conditioning coaches, doctors and massotherapists beside him, who has allowed his meteoric comeback.
Here is it really obvious to remember the names and roles of the guys who work behind the scenes? I think no, because the hazard lies behind this I wanna be like Castro too. Like feeling the pain and resist, in order to emulate your own idol and be like him.

The behaviors and examples like the one that Castro lends me in this remark are surely to be commended, but with the obvious annotations on the footnotes, as the essential term note on the agreements.
My coach always said: in doubt, rest. Especially if you don’t have a Robin who protects you and helps you to keep alive your hero status. And sometimes to save your ass.

Sopportare il dolore – la lezione di una lettrice / Surviving aches – a lesson from a reader

Wax on, wax off... or maybe I am mistaking something?

Vedo che il mio post sui dolori degli sportivi sta riscuotendo un grande successo! Grazie a tutti, che continuate a leggere i deliri (e i dolori) della giovane Pinner.

Ho ricevuto davvero un sacco di e-mail, commenti su Facebook, Tweet, Retweet e attestati di stima, e in tutto questo mi ha colpito particolarmente la e-mail di una casalinga che è anche un’esperta di Aikido… insomma, una casalinga ninja! In pratica, lei è riuscita a spiegare perfettamente il nocciolo del mio post precedente, quindi dovete per forza leggere!

“Nella pratica dell’Aikido il dolore è una cosa da mettere in conto. Una condizione a cui non si può sperare di sottrarsi.

Anche se l’Aikido è un’arte marziale di difesa e armonizzazione e non di impatto come il Karate, qualche colpo di bastone di punta dal vicino per mancanza di spazio possono capitare… così come può succedere di farsi male cadendo in maniera scomposta.

Molti novellini o anche i semplici spettatori pensano che le cadute siano dolorose ma, se eseguite correttamente, sono per lo più scenografiche: il rumore dell’impatto, il più delle volte, è dovuto al battere di una mano sul tappeto per scaricare parte dell’energia cinetica un istante prima che il resto del corpo tocchi terra.

E’ invece il dolore delle leve e delle tecniche di immobilizzazione quello che bisogna imparare in fretta a gestire per non andare in crisi o infliggere danni ai propri compagni di allenamento.

Per prima cosa bisogna perdere velocemente la naturale propensione a emettere grida perché sul tappeto sono considerati estremamente disdicevoli. Se l’insegnante è bravo e i compagni di allenamento sono equilibrati, un po’ alla volta, si impara a conoscere i propri limiti e poi pian piano a superarli.

Non è una cosa semplice e sono pochi quelli che accettano di sottoporsi per anni a queste torture estremamente ripetitive senza vederne a volte lo scopo, ma questo dolore diventa utile per affrontare le prove della vita di tutti i giorni.

Io per esempio uso l’Aikido quando vado dal dentista! Mi è stato poi estremamente prezioso durante il parto, per assorbire ed assecondare le contrazioni. Ho conservato il controllo del mio corpo per quasi tutto il tempo e anche se il travaglio è durato 12 ore ne ho conservato un bel ricordo.
Accettare il dolore ma anche il fallimento dei miei sforzi, mi aiuta a sopportare meglio la mancanza di risultati, a non prendermela per le cose e a non arrabbiarmi troppo.”

Credo che l’ultima frase rappresenti che cos’è davvero lo sport per ogni sportivo. Perché non tutte le cose vanno come abbiamo pensato. I fallimenti appartengono alla vita come i dolori appartengono allo sport.


I see that my post about having aches has a great succes, so thank you everybody for keep reading my dailyrious blog – this was not so fair, sorry.
I received a tons of e-mails, Facebook comments, Tweets, Retweets and respect attestations, and I was so struck with an e-mail sent by a pleasant housewife who is a senior Aikido athlete. She was able to explain perfectly the core of my previous post, so let’s read it!

“The pain is one thing that you have to take account while practicing Aikido. A condition which doesn’t leave any escape.

Although Aikido is a martial art of defense and harmonization – not an impact one like Karate – a few shots of the sticks by your “neighbor” due to lack of space can happen… as it may happen to be injured by falling in a coarse way.

Many novices/newbies and also the audience think that the falls are painful, but it’s not: if done properly they are mostly spectacular. The noise of the impact is caused in most cases by the beat of a hand on the tatami*. In this way we can quickly discharge part of the kinetic energy before the rest of the body touches the ground.

The real pain that we need to learn to manage quickly is the one which deals with levers and immobilization techniques. We have to manage it as soon as we can in order to not fall into a crisis or inflict injury on your training partners.

First you need to quickly lose the natural inclination to emit cries because they are considered extremely impolite on the tatami. If the teacher is good and training partners are balanced, you will learn to know your limits step by step and then gradually to overcome them.

It is not a simple thing, and few people agree to undergo this extremely repetitive torture for years without seeing any goals, but this pain is useful to face the trials of everyday life.
For example I use the Aikido when I go to the dentist!
It was extremely precious during the labor. It helped me to absorb and adapt to the contractions. I kept the control of my body for almost all the time, so even if labor lasted 12 hours I kept a good memory of it :)
Controlling the pain/ache helps me also when I have to accept the failure of my efforts (sometimes it happens!), to endure the lack of results, to not worry about the things and not to get angry too.”

I think the last sentence represents what the sport is for every sportsman. Because not everything goes like we have thought. Failures belong the life as much as aches belong to sport.

*Tatami is a Japanese straw mat used in martial arts
Photo credit by Dimitris Agelakis

Una vita di terapie / Therapy lifetime

dolori nello sport

Sto scrivendo questo post a nome di una intera generazione di giovani-vecchi. Sono quelli che fanno sport e hanno più dolori di una nonnina  con la periartrite.
Professionisti o amatori, neofiti o atleti consumati, uomini o donne, stacanovisti dello sport o semplicemente amanti del benessere, non ne troverete uno che non abbia mai raccontato/lamentato/scritto di uno dei seguenti acciacchi:

– Acido lattico (volgarmente chiamato in questo modo, tanto per non essere tecnici)
– Contratture
– Stiramenti
– Distorsioni
– Fasciti
– Pubalgie
– Tendiniti
– Mal di schiena

Se state leggendo e praticate uno sport, certamente il pensiero è andato al vostro migliore amico, il vostro angelo custode: il fisiosterapista. Che è anche uno psicologo, e voi gli volete bene anche per questo.

Quello che molte persone non sportive mi chiedono, soprattutto adesso che continuo ad essere a riposo stra-forzato, è sempre la stessa cosa: “Ma perché voi altri fate sport se poi avete sempre dolori?” Diamo subito la risposta più importante: non è masochismo.

Bisogna specificare che infortunio è diverso da avere dolori: nella prima categoria viene inserito tutto quello che non risponde allo stimolo nervoso dato da una botta, un piede messo male, un affaticamento muscolare. Un brutto contrasto con un avversario o una sessione di allenamento individuale troppo dura o eccessivamente lunga può portare a traumi e infortuni, che spesso si cronicizzano.

Non conosco uno sportivo a cui non piaccia avere dolori, nel senso più romantico del termine. Naturali reazioni da libri di fisiologia e biochimica a parte, è il modo più bizzarro che il nostro corpo conosce per ringraziarci di averlo portato a un livello superiore.
Nell’indole dell’uomo esiste questo istinto di ricercare continuamente il limite sopportabile. Quante volte dopo 10km di corsa avete sprintato spingendo a tutta, per vedere se lo tenete? Quante volte avete calciato la palla con tutta la vostra forza, oppure siete arrivati al traguardo allo stremo delle forze, senza fiato?
E i dolori e i doloretti sono la conseguenza dell’aver spinto voi stessi al limite, per superarlo. E diventare più forti.

Ricordo quando ero al liceo e ogni mercoledì mattina salire le scale della scuola per arrivare in classe era una missione estrema. Dopo la sessione di allenamento in palestra del martedì avevo le gambe e le braccia così imballate che già alzarmi dal letto o sedermi sul water erano dei traguardi enormi. Eppure mi sentivo bene, nonostante i dolori. Perché erano dolori normali: il corpo mi stava dicendo che era affaticato, ma che stava bene. Bastavano poi le serie di ripetute sui 200m del pomeriggio per azzerare il dolore.

La vera preoccupazione, per uno sportivo, è quando non si avvertono i dolori che si erano preventivati. O peggio, quando arrivano quelli brutti, quelli a fitte che ti comunicano brutte notizie, come contratture o infiammazioni.

Alla fine, avere dolore fortifica lo sportivo e lo gratifica. Con questo non voglio dire che avere dolore è una condizione imprescindibile dello sportivo, come una specie di condanna: la lettura dello sport in questo senso è profondamente sbagliata e non è assolutamente conforme allo spirito genuino che anima lo sport e i suoi praticanti.

Quello che molti non-sportivi non capiscono è come lo sportivo conviva più o meno serenamente con i dolori, come un coinquilino che non paga l’affitto.
Avete presente quegli scacciaspiriti rumorosi che si appendono davanti alle finestre? Suonano piacevolmente quando vengono accarezzati dalla brezza, ma quando giunge il vento della tempesta suonano in maniera forte e impetuosa.
I dolori agiscono allo stesso modo. E nessun sportivo sarebbe più sé stesso senza i suoi.
Il brutto è che ci accorgiamo di quanto ci manchino quando non li sentiamo, perché significa che siamo impossibilitati a fare sport.
E io non vedo l’ora di risentire di nuovo il mio scacciaspiriti muoversi per la brezza, perché sono stanca della tempesta.

PS: un mio amico, Nicola, mi ha segnalato il racconto di Pella sul controllo del dolore di un maratoneta. Inoltre, Nicola mi ha segnalato anche questi libri di Pietro Tabucchi. Dateci un’occhiata anche voi ;)


I’m writing this post on behalf of an entire generation of young-old people. They play sports and usually experience more aches than an old nanny with periarthritis. Professionals or amateurs, beginners or experienced athletes, you won’t find one of those who have never told/complained/wrote about one of the following ailments:

– Lactic acid (commonly called in this way)
– Contractures
– Strains
– Sprains
– Fasciitis
– Osteitis pubis
– Tendinitis
– Backaches

If you’re reading this post and you practice a sport, your thought is surely gone to your best friend, your guardian angel: the physiotherapist. He is also a psychologist, and you love him for this as well.

What many people usually ask me about sports – especially now that I’m still at forced rest – is always the same old story: “Why do you guys play sport if you always got aches?”
Let’s say the most important answer: it is not about masochism.

I have to specify that an injury is quite different from having aches: the first category includes everything that does not respond to nerve stimulus given by a shot, a foot put in a wrong way or a muscle strain, for instance. A tough tackle with an opponent or a too hard or too long individual training session can lead to injuries and accidents, which often become chronic.

I’ve neve met an athlete who does not like to have pain, in the romantic sense of the term of course. Besides natural reactions written on physiology and biochemistry books, this is the most bizarre way our body knows to thank us for having pushed it to the next, higher level.
It’s a kind of human instinct, seeking and chasing our tolerable limit. How many times have you sprinted pushing full-out after 10km of racing, just to see if you can keep it? How many times have you kicked the ball with all your strength? How many times have you arrived at the finish line at the end of your tether, totally out of breath?
The aches and pains are the result of having pushed yourself to the limit to overcome it. And get stronger.

I remember when I was in high school and climbing the stairs of the school to come to class was a great mission, every Wednesday morning. My legs and arms were so packed after the Tuesdays gym training session that getting out of bed or sitting on the bowl were huge targets to reach. But I felt damn good despite the ache. Because the pain was a normal thing: the body was telling me it was tired, but OK. Then the Wednesday afternoon training (2x4x200m) used to clear the pain at all.

The real concern for sportspeople is when they do not feel the aches expected. Or at worse, when they get bad pains, the ones that communicate bad news, such as contractures or inflammation.

After all, having pain strengthens athletes and rewards them. I’m not saying that having pain is an “athlete condition” or state of mind, as a kind of conviction: the reading of the sport in this way is deeply flawed and does not conform to the genuine spirit that inspires sport and sportspeople.

What many people do not understand is how athletes can peacefully (roughly) live with pain, like a flatmate who does not pay the rent.
Do you know those noisy wind chimes hung outside the windows? They play nicely when are caressed by the breeze, but they start ringing so strong and impetuous when when the storm is coming and the wind is getting worse.
The aches/pains act the same way. And no sportspeople would be themselves anymore without them. The bad thing is that we realize how much we miss them when we don’t feel them, because that means that we are unable to play sports.
And I can’t wait to hear again my noisy wind chimes moving by the breeze, because I’m tired of the storm.

Photo credit by Tomer Arazy