Viola’s London when she was twenty / La Londra di Viola quando aveva 20 anni

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London 1970-2014Viola Veloce è un nome di fantasia. Quello che è autentico è la sua verve e la capacità di farmi sorridere ogni volta che racconta qualcosa. Le ho chiesto di raccontarmi di quando è venuta a Londra a vent’anni, Io vivo Londra diversamente, sia perché Londra è cambiata e sia perché ho trent’anni (CLICCA QUI PER IL PROGRAMMA AGGIORNATO DEL GIUBILEO), ma è simpatico vedere come le cose sia siano evolute, in parte. Questo è lo spassosissimo racconto che ci propone. Buona lettura!

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Ho imparato l’inglese a Londra, molti anni fa.
Non c’era la New Economy, non c’erano Google e i Customer Service.
C’erano gli alberghi e i ristoranti, dove le ragazze italiane lavoravano come cameriere per poi frequentare una scuola di inglese di pomeriggio.

Ero partita da Milano con una valigia pesantissima piena di libri che mi avrebbero dovuto fare compagnia nei mesi che passai a Londra, ma non credo di averne mai aperto uno.
Morivo di sonno.
Il mio primo lavoro fu in un albergo di Portobello, dove mi fu consegnata una divisa azzurra e una targhetta con il mio nome, seguito da un’unica parola: “chambermaid”.
Dovevo pulire una ventina di camere al giorno, dalle otto del mattino fino all’ora di pranzo. Dopo che avevamo finito le pulizie, il direttore dell’albergo chiamava tutte le cameriere e cominciava a lamentarsi. I bagni erano sporchi, non avevamo passato l’aspirapolvere e l’albergo era meno pulito della stazione della metro di Victoria.
Mi ricordo le lunghe scenate, sopportate stoicamente da me e dalle altre ragazze. Eravamo tutte spagnole, portoghesi e italiane, con le divise azzurre dell’albergo, e guadagnavamo 32 sterline alla settimana.
Meno di niente.

Avevo conosciuto in un pub una ragazza portoghese, Isabel, che poi è diventata una traduttrice, e avevamo cercato insieme una stanza da affittare.
La nostra scelta era caduta su una stanza con due letti, un fornello, un lavandino e un calorifero a gas che funzionava con dei gettoni che compravamo dalla padrona di casa, che passava tutte le settimane a riscuotere l’affitto. Il bagno era naturalmente fuori dalla stanza, un piano più giù. In tutta la casa c’era un unico telefono, che funzionava con le monete. Se eri fortunata, si bloccava la moneta e potevi parlare un’ora gratis con l’Italia.

Dopo un paio di mesi passati a lavorare nell’albergo, avevo deciso che il mio inglese era così incredibilmente migliorato da poter fare l’upgrade a cameriera di ristorante.
Un giorno, dopo aver preso le 32 sterline, ero scappata dall’hotel  senza neanche avvisare il direttore e mi ero messa in cerca di un lavoro in un ristorante. E dopo pochi giorni ero stata assunta in un ristorante “italiano” dove ero l’unica donna.
Ero una pessima cameriera, e ricordo perfettamente di quando portai a un cliente un piatto di cozze e gli rovesciai il sugo sulle palle (sì, le palle). Poi, imbarazzata per quanto accaduto, afferrai un tovagliolo e cercai di asciugargli il sugo delle cozze, massaggiandogli i pantaloni proprio in “quel” punto. Ma lui era un educatissimo inglese e mi prese il tovagliolo dalle mani, bisbigliando: “Lo faccio io, grazie”.

Il cuoco, italiano, si vantava delle sue imprese erotiche, disgustose, di cui parlava abbondantemente mentre mangiavamo a tavola, verso mezzogiorno.
Dopo che avevamo finito di servire il pranzo, dovevo mettere a posto i tavoli. Ricordo che mangiavo di nascosto i dolci del carrello, e mi infilavo in bocca dei profiterole interi, che ingoiavo senza quasi masticare.

Poi sono scappata anche dal ristorante. E da Londra.
E sono andata a lavorare come volontaria in un kibbutz. Per 20 euro alla settimana e due pacchetti di sigarette.
Al mattino lavoravo in una fabbrica di salsicce kosher e di pomeriggio potevamo fare quello che volevamo. Noi volontari mangiavamo tutti come degli animali nella mensa del kibbutz. Di sera, una volta alla settimana, andavamo a ballare in un rifugio antiaereo. La direzione del kibbutz ci regalava una cassa di birre che bevevamo con parsimonia: una a testa.
Nel kibbutz c’era un solo telefono per chiamare l’Italia. Naturalmente, potevo ricevere le lettere dei miei amici.
Scrivevo il mio diario, con una penna, su un quadernino che avevo comprato allo spaccio del kibbutz, aperto una volta alla settimana per meno di un’ora.
Ho naturalmente perso quei quaderni.

Tutto questo succedeva prima –  molto prima  – del web, dei customer service e degli smartphone.
E molto, molto prima dei blog e del self-publishing.
Solo pochi anni fa…

Viola detesta quelli che raccontano tutto: com’erano simpatici i nonni, come sono ancora stronzi la mamma e il papà, e gli orribili o meravigliosi  – scegliete voi – ricordi delle vacanze di quando erano bambini. Ma le “due note bio” ci vogliono sempre. Ecco le sue: donna, impiegata, single di ritorno, figlio alle medie. Punto. Quando torna a casa la sera, dopo l’ufficio, mette un po’ a posto, cucina qualcosa, infila i piatti sporchi in lavapiatti, e poi fa i compiti con Tommaso. Studiano l’impero carolingio, le figure retoriche, i settori produttivi della Calabria: quella specie di macedonia confusa che sono i nuovi programmi delle medie. Poi, quando hanno finito, si attacca al PC. Dove va alle undici di sera, a Milano? E il ragazzino, lo lascia da solo? Certo che no. Basta, non ha altro da dichiarare. Se volete scriverle, ecco la sua email: omicidinpausapranzo@gmail.com, blog: http://omicidi-in-pausa-pranzo.com/ e Twitter


Viola Veloce is a pen name of a lady who doesn’t want to reveal her real identity. Viola is an Amazon Italia bestseller who has smashed the market with her brilliant irony: her storytelling style always manages me to get a few smiles.

I asked her to tell something about her London, London at the time she was thirty like me (CLICK HERE FOR THE UPDATED JUBILEE SCHEDULE).
You will find her hysterical story above. Enjoy!

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I learned English in London, many years ago.
There  was no New Economy, Google and Customer Services at that time.  There were only hotels and restaurants, where Italian girls used to work as maids and chambermaids, and then attended an English school in the evening.

I left Milan with a heavy suitcase full of books that were supposed to be my company along the months spent in London. I think I never opened one.
I was dying of sleep.

My first job was in a hotel in Portobello, where I received a blue uniform and a plastic label to wear on the uniform.  There was written my name on the label, followed by a single word: “chambermaid”.

My main duty was cleaning twenty rooms per day, from eight in the morning until lunchtime. Afterwards the hotel manager used to call all the maids and start complaining about us: the bathrooms were dirty, we had not properly vacuumed the floor and the hotel was dirtier than Victoria Station.
I remember all those scenes, stoically borne by me and the other girls. We were all Spanish, Portuguese and Italian, all wearing the hotel’s blue uniform and earning 32 pounds a week.
That was nothing, wasn’t it?

I luckily met Portuguese girl in a pub, Isabel, who became a translator later. We decided to rent a room together. We went for a room with two beds, a stove, a sink and a gas heater that worked with chips that we bought from the landlord, who used to come every week to collect our rent. The bathroom was, of course, out of the room, one floor down.
There was only a phone in the whole house, which worked with coins. If you were lucky, the coin got stuck and you could talk one hour for free in Italy.

After a couple of months spent working at the hotel I decided that my English was so incredibly improved to upgrade my job position: I wanted to be a restaurant waitress.
I ran away from the hotel the day after I got my weekly 32 pounds, without telling anything to my manager.
So I started looking for a job in a restaurant and after few days I was hired in an “Italian” restaurant where I was the only woman working.
I was a terrible waitress; I brightly remember when I brought a plate of mussels to a customer and the mussels sauce spilled on his balls (yes, his balls).
Then, embarrassed by what has just happened, I grabbed a towel and tried to wipe the sauce out of his private parts,  rubbing his pants just there.
But he was a perfect English gentleman and took the towel from my hands, whispering: “I’ll help myself, thank you.”

The cook, who was Italian, liked to speak about his disgusting sex exploits when we were having lunch all together, at noon. After having served the lunch I had to clean the tables. I remember that I used to eat cakes covertly,  stealing them from the puddings’ trolley. I used to slip entire profiteroles into my mouth, swallowing them without chewing.
Eventually I ran away even from the restaurant, and then I run away from London.

I decided to go volunteer in a kibbutz in Israel for Twenty US Dollars per week and two cigarettes packets. I worked in a kosher sausage factory in the morning, while in the afternoon all the volunteers were free to do whatever they wanted. We all ate like animals at the canteen of the kibbutz.
In the evening, once a week, we went out dancing into a bomb shelter. The direction of the kibbutz used to give us a case of beer that we split equally: one beer each.
There was only one phone at the kibbutz. Period. On the other end, I could always get the letters my friends wrote me.
I also had a journal, I wrote my stuff on a notebook and with a pen. I bought both at the only shop of the kibbutz, which opened only once a week for half an hour.
Of course, I lost my journal.
All I’ve just told you had happened before – long time before –  the internet, customer services and smartphones pop up in our lives.
Long time before blogging and self-publishing.
Only a few years ago…

Viola hates thos who want tell you everything: how pleasant their grandparents were, how awful are their own parents, the horrendous or awesome – you choose –  memories of the holidays when you were kids. Since “a quick bio” is always required, here’s Viola’s: female, employee, single after being married, mother of a pre-teenage kid. When she comes back home after work she tidies things up, cooks something, puts the dirty dishes into the washing machine and helps Tommaso with his homeworks. They study the Carolingian Empire, the figures of speech, the productive industries of the Calabria region. When homeworks are done, Viola goes to her laptop. Where would she go at 11pm in Milano, otherwise? And what about the kid – should she leave him alone at home? That’s it, she has nothing more to declare.
Photo credit by The Guardian and McKellen
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