Perché continuo a scrivere, anche quando sembra che nessuno legga

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Ci sono mattine in cui mi chiedo perché continuo a premere “pubblica”. Tengo in vita i miei blog da anni – piccole case imperfette sparse per internet.

I miei pensieri personali vivono su questo blog, dailypinner.eraniapinnera.com, nato come spazio dove scrivere ogni giorno. Poi è arrivata la vita reale, non ho più trovato lo spazio per pubblicare quotidianamente, ma non ho mollato.

I frammenti dei libri che ho scritto vivono su eraniapinnera.com; c’è il mio folle esperimento con gli estintori extinguishers.blog, le avventure di Chase su chasetwilliams.com. E poi c’è il blog di Lavinia, che ho iniziato a scrivere da quando ero incinta di tre giorni.

Insieme, formano un patchwork della mia voce, cucito nel tempo. Ma la verità è che a volte sembra di sussurrare nel vuoto.

Eppure continuo.

Perché scrivere mi mantiene lucida

Quando mi siedo a scrivere, sciolgo pensieri che altrimenti resterebbero aggrovigliati e pesanti. È più economico di una terapia e più affidabile che aspettare l’ispirazione. Scegliere le parole mi obbliga ad ascoltarmi, anche quando il mondo fa rumore.

Perché scrivere salva ciò che andrebbe dimenticato

Una passeggiata fugace, un’emozione passeggera, le risate di mia figlia in un sabato mattina: tutti momenti che potrebbero svanire nella nebbia della memoria. Ma sul Daily Pinner, o sul blog di Lavinia, restano. Non sono solo per i lettori, ma per la me del futuro, quella che dimenticherebbe quanto intensi e bellissimi fossero i piccoli dettagli.

Perché scrivere ancora connette

Non tutti i giorni, e non con centinaia di persone. Ma ogni tanto qualcuno mi scrive dicendo di essersi riconosciuto in ciò che ho pubblicato. Un solo “anch’io” da uno sconosciuto vale più di cento visualizzazioni vuote. Le parole hanno questo modo silenzioso di aspettare finché non arrivano alla persona giusta.

Perché scrivere è ciò che sono.

Anche se non diventassi mai virale, anche se nessuno commentasse, anche se fossi l’ultima a leggere le mie parole, anche se non le pubblicassi: continuerei a scrivere.

Come quella bambina che voleva diventare scrittrice, e che si sentiva dire che “non ci si guadagna da vivere scrivendo storie”. (Ricordo bene chi me lo disse: perdono, ma non dimentico. La gente dovrebbe smettere di distruggere i sogni dei piccoli).

Non è un hobby o un’abitudine. È il mio modo di stare al mondo, di elaborare gioia, dolore, confusione e speranza. Smettere di scrivere sarebbe come spegnere una parte di me.

Eppure scrivere non si incastra sempre bene nella mia vita. Ho due bozze complete di due nuovi romanzi di Chase Williams che mi aspettano, ma con una bambina piccola in casa il lusso di ore libere e ininterrotte non esiste.

Per entrare davvero in quei testi mi servirebbero tre o quattro ore di fila, in cui la mente sia libera, senza incombenze domestiche oppure orari scolastici. Quel tipo di silenzio è raro, e per ora non posso permettermelo. Ma continuo a scrivere, anche a frammenti. A volte su un quaderno, a volte in un post, a volte negli spazi tra la routine della buonanotte e il lavoro. A volte pedalando piano, in fase di defaticamento dopo un allenamento.

Sì, a volte è solitario. A volte sembra di parlare da sola. Ma forse è questo il punto. Scrivere è sia una conversazione con gli altri che una promessa con me stessa: continuare a esserci, a registrare, a credere che le parole contino, anche quando sembra che nessuno le legga.

Se ti riconosci in queste righe, fammelo sapere nei commenti: mi piacerebbe leggere i tuoi pensieri!


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